*

Caro Luciano,

tu eri nettamente contrario alle commemorazioni, celebrazioni ed a tutto ciò che suonava di vuota retorica. Devo, purtroppo, derogare da quella che era la tua volontà per ricordare, seppur brevemente, la nostra amicizia, nella quale ho scoperto una solidarietà obiettiva basata su una coerenza manifestata in ogni occasione. Anche sul posto di lavoro hai potuto dare uno splendido esempio di come si possa rispettare la dignità delle persone e far rispettare con intransigenza la propria, senza scendere ad alcun tipo di compromesso, ma combattendo quell’arroganza insensata sempre più dilagante in affermate scuole di pensiero. Ho cercato di fare tesoro, con i miei limiti, dei tuoi messaggi, che mi accompagnano costantemente e mi aiutano a superare brutti momenti. Mi manca tremendamente la tua intelligente ironia da "maledetto toscano", se, comunque, ci dovesse essere qualche cosa "dopo" potremmo forse ritrovare un cantinone dove continuare le nostre dissertazioni.

P.B.

 Luciano Biagiotti

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Ti sogno in un mondo dolce di luce e di stelle, con i tuoi capelli al vento ed il tuo sorriso …..

Ho perso l’amante ma non l’amore.

Tua Daniela

Franco Piccirilli

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            L’idea di effettuare questo opuscolo è nata dal voler ricordare la mostra documentaria e fotografica "Ma che colpa abbiamo noi" che si è svolta nell’anno 1994 presso la sede del "Gruppo Ricerca Fotografica" in Amelia.

            Si ritiene giusto ricordarla non come un evento particolare, ma per rispolverarne alcuni punti, che si spera possano servire quale incentivo ad un approfondimento di quella particolare corrente di pensiero e di sistema di vita denominata "beat Generation", i cui profeti, come racconta Fernanda Pivano, cercavano, attraverso la comunicazione, la non violenza, l’eguaglianza: razziale prima di tutto, poi economica e sessuale. Si battevano perché tutti fossero uguali. Erano in pochi, però, a dar retta alle loro parole. Credevano in quest’idea Zen della società, un’idea che risolvevano con la "povertà volontaria", ma non ci fu nulla da fare, quasi nessuno capì, o volle capire la loro denuncia. Hanno subito sempre torti, e, sulla loro pelle, hanno pagato con grosse ingiustizie.

            Nel fascicolo sono riportati, in maniera molto schematica, i principi basilari che hanno originato questo movimento, unitamente ad alcuni pensieri espressi da amici in quel frangente accompagnati da alcune fotografie dei visitatori.

            Questa mostra ha avuto il pregio non preventivato di richiamare molte persone che da svariati anni non si incontravano per vicissitudini diversificate, dando luogo a riunioni estemporanee con dibattiti e performance musicali estremamente simpatici, senza proporre inutili sentimentalismi o rimpianti nostalgici, ma semplicemente per rinverdire esperienze basate soprattutto su quella formula di aggregazione spontanea, che a partire dalla prima metà degli anni sessanta, ha fatto sì che molte persone tentassero di cambiare qualcosa.

            Comunque questo modesto stampato offre una preziosa occasione: quella di ricordare due cari amici Luciano Biagiotti e Franco Piccirilli, ambedue scomparsi nel mese di agosto 1999, che hanno contribuito in maniera determinante all’allestimento della mostra, soprattutto con il loro bagaglio di esperienze su quelle tematiche rispondenti alla filosofia Beat, il cui punto focale, in sintesi, è rappresentato dal rispetto incondizionato verso tutti gli esseri umani abolendo ogni qualsiasi discriminazione.

Paolo Boccalini

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FRAMMENTI   DI  BEAT

Una gradevole retrospettiva sul Beat è allestita, dal mese di novembre, ad Amelia in Piazza Marconi 9, piccola sede dell’associazione di ricerca fotografica.

La raccolta in autentici costumi e … voci, di rari documenti d’epoca è inconsueta quanto varia.

Inconsueta poiché frutto di un passato tanto recente, vissuto dalle generazioni di 30, 40, 50enni in diversa misura, ma al quale nessuno è stato estraneo.

Varia, cioè presentata sotto molteplici aspetti: articoli, canzoni, copertine di dischi, fotografie, manifesti, naturalmente accompagnati da colonna sonora DOC, sino agli arredi d’epoca, tipo il distributore di chewing-gum … funzionante.

Paolo Boccalini, il curatore ricercatore, è un collezionista di piccole rarità d’arte minimalista; ha unito a ciò la sua innata passione per la musica, in ogni suo genere, e l’interesse per quanto vi è di insolito e curioso nei comportamenti umani.

È stato affiancato dall’ex conduttore radiofonico Danilo Stolzi, storico del rock, nella ricerca del vasto materiale documentativo e da una rete di amici resisi disponibili per la ricostruzione del Beat amerino.

Chi non ricorda "I ragazzi del XX secolo", "Gli spettri", "I superman", chi non ricorda Rini emulo, poiché somigliantissimo, di Maurizio Vandelli?

E il concerto dei New Trolls ad Amelia?

 

Una rarità per il paese!

 

Ecco rispolverati i volantini, le foto, gli articoli, insieme alla nostra memoria giovanile.

 

Il Beat di un paese umbro.

È una sorpresa piacevole anche per chi ha vissuto quel periodo da troppo adulto, da troppo giovane o per chi ne ha solo sentito parlare.

Una retrospettiva che si innesta in un novembre autunnale e mesto, così come il fenomeno Beat si è innestato, dirompente e primitivo, in una società garbata e malinconica.

Valeria Cerasi

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PADRI  DELLA

 

"BEAT  GENERATION"

 

¨ JACK KEROUAC (1922-1969)

Autore di "THE SUBTERRANEANS" – 1958 ritratto della generazione di giovani poeti Americani che negli anni ’50 contestarono il regime neofascista del Senatore McCarty. É autore di "ON THE ROAD", esaltazione di un’esistenza nomade lungo le strade d’America alla ricerca di un contatto continuo tra gente di ogni strato sociale.

¨ ALLEN GINSBERG (1926-1999)

Autore di "HOWL" (Urlo – 1956) raccolta di poesie contro il materialismo e la meccanizzazione di una America continuamente protesa verso la guerra.

¨ WILLIAM BURROUGHS (n. 1914)

Autore di "NAKED LUNCH" (Il pasto nudo – 1959) opera autobiografica in cui implacabilmente l’Autore esprime la sua ansia di liberazione dal razionale.

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NOTE  SULLA  MOSTRA

"MA  CHE  COLPA ABBIAMO  NOI …"

Questa mostra documentaria prende il nome "Ma che colpa abbiamo noi …" dal titolo di una canzone, eseguita negli anni sessanta dal complesso italo/inglese "The Rokes" che ha interpretato, tra i primi in Italia, le tematiche di frustrazioni, di inquietudine e di rivolta della gioventù nei confronti del conformismo che segnava il passo della società occidentale di allora.

L’idea è di offrire ai visitatori alcuni elementi di valutazione e di discussione sui principi che hanno animato la cultura Beat, come è nata in America e come è stata recepita, invece, in Italia, rivolgendo un implicito invito ad approfondirne la conoscenza che, ne siamo certi, può offrire un interessante ed istruttivo spaccato di storia "minima", così vicina ai nostri giorni, ispirata da particolari tendenze ideologiche che hanno prodotto espressioni, se vogliamo, anche simpatiche.

La mostra, articolata in vari settori, inizia con la presentazione di alcune note tratte dagli scritti di F. Pivano e N. Sisto in cui vengono esaminati la nascita ed i punti focali della "Beat Generation", i principi che, con toni profondamente innovativi per l’epoca (seconda metà degli anni ’50), hanno originato, come detto, in America il movimento che ha coinvolto molte persone non soltanto come fattore di costume esteriore, ma anche come modo di essere e di condurre la propria vita.

Tutto ciò in Italia ha influenzato più che mai l’ambiente musicale, ma avviò anche una stravagante moda giovanile legata all’abbigliamento, che fece gridare allo scandalo tutti i "benpensanti" e generò un certo scompiglio negli ambienti sociali dalla media borghesia.

Vengono quindi proposte foto documentarie di cantanti, di complessi musicali ed altri "frammenti" che hanno rappresentato la più autentica espressione del Beat italiano.

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IL  "BEAT"  IN  Amelia

In Amelia, come del resto in tutti i centri secondari, le tematiche alla Beat Generation sono state recepite in minima parte.

Tutto ciò che è stato definito "Beat" si riferisce quasi esclusivamente a formazione di complessi musicali in un periodo compreso tra il 1964 ed il 1970.

L’unico punto rilevabile era il dissenso manifestato dai soliti benpensanti verso alcuni di essi che "esageravano" per i capelli lunghi e per l’atteggiamento anticonformista, fattori, questi, considerati come sorta di ribellione e quindi impensabili soprattutto per una forte presenza in loco di ceti altoborghesi o presunti tali.

Vi è stato, da parte di quei giovani un sicuro impegno nell’interpretare vari filoni musicali in voga all’epoca anche se, dopo qualche anno di attività, dovendo scegliere tra un contesto di vita lavorativa normale e la continuazione del discorso musicale, tutti hanno scelto la prima strada, oltre che per propria convinzione anche per probabili pressioni ad opera delle famiglie che da sempre hanno preferito per i figli una collocazione in ambiti ritenuti più attendibili e dignitosi.

Seppur non propriamente "beat" è stato comunque per loro un momento di aggregazione e di amicizia, idonea alla conduzione di un discorso musicale coinvolgente anche un vasto pubblico giovanile estremamente bisognoso di positive sensazioni, che potevano scaturire da innovative, informali e spontanee performance all’insegna di un cambiamento che stava nascendo in quegli anni, tentativo di reazione ad una società incancrenita da una retorica e preconcetta stasi.

Con il ’68, quando in Italia si cominciò a rilevare qualche autentico spunto della Beat Generation, pochi dei "beat" locali presero parte al movimento, mentre altri ragazzi, che nessuno avrebbe mai definito tali, senza clamore e senza divise ne hanno acquisito alcuni importanti principi assumendo coerentemente tutti gli svantaggi che la società offriva ai fautori di certe posizioni; ma tutto ciò meriterebbe un discorso a parte.

COMPLESSO "GLI SPETTRI"

 

RINI LUIGI - batteria

DELLA ROSA BRUNO - chitarra basso

PAOLUCCI CLAUDIO - tastiere

PICCIRILLI FRANCO - chitarra

MARCHETTI ARTURO - chitarra/canto

 

COMPLESSO "I RAGAZZI DEL XX SECOLO"

 

BATTISTELLI GIULIO - organo

RINI LUIGI - batteria

BATTISTELLI GIANCARLO - chitarra basso

SARGENI NANDO - canto

STRINATI CLAUDIO - chitarra

 

COMPLESSO "THE SUPERMEN"

 

VENERI ALFREDO - chitarra/canto

PERNAZZA SILVANO detto "Sugoro" - canto

CACCAVALE LUIGI - batteria

CARLANI FABIO - chitarra

TINARELLI ENRICO - chitarra basso

MARCHETTI ARTURO - chitarra

PAOLUCCI CLAUDIO - tastiere

 

 

UN COMPONENTE DEGLI "SPETTRI" INSIEME A CORRADO

 

   

 

"GLI SPETTRI"                                                      "THE SUPERMEN"

 

   

 

UN CENTAURO AMERINO EMULO DI "EASY RIDER" - CONCERTO IN PIAZZA DI ALEX

 

   

 

ALCUNI VISITATORI

*

QUELLA STRANA GENERAZIONE

Gli anni ’50 e ’60. La beat generation. Non ho mai avuto nostalgie di niente e di nessuno. Ho sempre guardato al futuro. Anche, forse, con eccessivo ed incauto ottimismo. Ma non ho mai dimenticato i pensieri, i sogni, le emozioni e i sentimenti più significativi del tempo trascorso.

La beat generation credo possa essere ricordata come quella che ha voluto mantenere ed esprimere la propria identità spontaneamente e liberamente. Senza l’obbligo d’imbandirla d’infingimenti ipocriti, allora, chiamati borghesi. E senza rinunciare alla dignità di sentirsi uomini pur non avendo mire di successo e ambizioni di potere.

È stato solo un sogno dall’amaro risveglio? Certo. Ma cosa sognano, ora, le generazioni future?

Vi sono dei sogni che conducono ad una migliore convivenza civile, al rispetto delle persone, qualunque sia il loro ruolo sociale, ed altri che conducono all’abbrutimento e alla barbarie. Quella generazione ha sognato di essere uomini senza altri aggettivi, finalmente affrancati dalla paura della guerra e del nemico.

Ha perduto? È stata sconfitta?

Non del tutto se davanti ai rischi e alle ombre più minacciose di oggi, ai cinici e crudeli episodi di cronaca, le immagini di quei ragazzi invaghiti sollecitano la nostra memoria.

In molti casi erano ragazzi volutamente ed apparentemente disadattati, ma pacifici e innocenti e con una grande fede nell’amicizia. Sentimenti questi che hanno conservato anche da grandi. Tant’è che, ora, adulti, tranne qualche defezione, non rinunciano alla speranza di riconoscersi nei pensieri dei propri simili.

Scelsero di esprimersi, soprattutto, con la musica, la poesia e la letteratura, attraverso le loro personali possibilità creative e non altrimenti. Ricercando sempre un rapporto con gli altri più vero e diretto, piuttosto che virtuale.

Personalmente, pur appartenendo alla stessa generazione, sono stato più un uomo d’ordine, più ligio ai modelli di normalità, ma di loro non ho mai avuto paura: li ho sentiti sempre ugualmente miei simili.

Non è mai stato facile essere giovani. E ancora meno lo è adesso. Ma quei giovani inseguivano un nuovo modo d’idee e di valori. Sognavano d’intraprendere sempre nuovi viaggi con l’ansia di scoprire un mondo dove poter manifestare i propri sentimenti senza sensi di colpa e rivelare la loro dimensione senza essere costretti a piegarla ad altri fini che non fossero la comunicazione e l’intesa fra persone reali.

Ma schiacciati fra eventi che li hanno fatti apparire velleitari e confusi il loro è stato un disagio inappagato: prima la guerra e poi l’esplosione di nuovi bisogni borghesi di massa della fine degli anni ’60. Ora dispersi, i loro sentimenti non trovano neanche più le immagini per apparire.

M.S.

UTOPIA

Se ancora ne esiste il luogo

dove trovare un grande sogno

da coltivare ogni giorno?

Qui, ogni cosa sembra diventata

tacitamente,

corposamente immutabile,

 

un oggetto d’incanto;

i rimpianti, le paure, le proteste,

le denunce, i richiami, gli allarmi,

gli atti di resipiscenza,

i provvedimenti correttivi,

le riparazioni definitive

altrettanto privi di senso;

qualcosa d’invisibile,

ma non di estraneo,

induce al sospetto che il mondo

sia spinto in ogni direzione

tranne in quella desiderata.

È questa la filosofia della storia

o della deroga ineluttabile

di ogni scelta di senso?

Troppi non sanno

o si rifiutano di conoscere

le conseguenze delle loro azioni

o quando pure ne hanno cognizione

tentano di nasconderle.

 

L’avvincente inganno della vita

non è tanto nell’inesorabilità della sua fine

quanto nella rimozione della sua umile fragilità.

Avanti, indietro,

progresso, regresso,

passato, presente,

antico, moderno,

in quale direzione procedono

queste frecce del tempo

se quella che protegge la vita

spesso corre in un’altra?

Cortei, manifestazioni, dibattiti,

abbasso, evviva,

ciascuno cominci ad ammettere

le ragioni dei propri errori

e la misura delle proprie responsabilità.

 

Si può anche giungere alla fine di una vita

senza che le proprie idee

siano diventate realtà.

E tuttavia, esse non si disperdono

continuano ad alimentare il fuoco

dell’esistenza.

 

 

Michele Serpico

 

*

E IN ITALIA?

 

In Italia la filosofia Beat d’oltreoceano di Jack Kerouac e Allen Ginsberg non ebbe immediatamente molta fortuna.

Per capire le ragioni basta ricordare che cos’era l’Italia di allora: un paese culturalmente arretrato, rivestito di una patina di perbenismo e conformismo nel quale si consumavano gli ultimi spiccioli del boom economico e del conseguente consumismo.

In poche parole il nostro Paese incarnava allora tutto ciò contro cui si batteva il movimento Beat.

I pochi seguaci delle teorie di Kerouac e Ginsberg suscitavano nel migliore dei casi derisione ed incomprensione, nei peggiori rifiuto e repressione.

Per far comprendere che livello di ipocrisia si celasse nella società di allora, in particolare nei rami alti, il Beat rifiutato e combattuto come fenomeno pericoloso per gli esempi di vita che proponeva, tornava invece utilissimo e conveniente a scopo puramente speculativo.

Il Beat che, seppur osteggiato, qualche presa sui giornali l’aveva fatta, venne sfruttato commercialmente nel campo della musica, della moda e della pubblicità.

Si rivelò un’operazione coronata da successo ma anche un’imprevista arma a doppio taglio.

Coloro che lo volevano sfruttare come una moda passeggera e senza conseguenze commisero un errore fatale.

Infatti, per fare un esempio, i cantanti ed i complessi Beat di allora, con il loro aspetto diverso e le tematiche particolari delle loro canzoni, avviarono un cambiamento destinato a produrre effetti ben più ampi del previsto e non solo nel campo musicale.

Le barbe e i lunghi capelli si staccavano nettamente dai rigidi canoni estetici di allora, per non parlare del contenuto delle canzoni, dove oltre ai temi cardine della filosofia Beat quali il pacifismo, la ribellione non violenta ed altri, si affrontavano finalmente anche argomenti giudicati allora scomodi o sconvenienti.

Nacquero la cosiddetta canzone di protesta ed i "contestatori" che la proponevano.

Estendere tale atteggiamento anche in altri campi ed in altre situazioni fu una conseguenza naturale e se vogliamo giusta.

Insomma il Beat portò ad un significativo mutamento della società nel modo più pacifico ed efficace che si possa ricordare.

Basta andare indietro con la memoria e ripensare a come eravamo prima e come siamo adesso ………

Quanto ha influito su tutto questo il fenomeno Beat?

Pensiamoci un attimo ………

Stefano Calcinari

*

PER  UNA  LETTERA APERTA  A DON  GIOVANNI  FRANZONI

Caro Don Giovanni,

Noi, studenti e professori degli Atenei Pontifici di Roma, desideriamo esprimerti il nostro dolore e la nostra solidarietà in questo momento di sofferenza, che ti viene inflitta proprio in nome di quella Chiesa, di cui tu hai sempre cercato la purezza e la santità.

La sospensione "a divinis", con cui la Congregazione Cassinese ti ha colpito, adducendo motivi di infrazione alla disciplina monastica, tradisce una diversa origine, e cioè si è voluta colpire la tua difesa di un principio di libertà di coscienza in un momento politico in cui questo richiamo a molti non è gradito.

Ci lascia profondamente perplessi il comunicato del Vicariato di Roma dove si parla di rottura di "una comunione ecclesiale". Vogliamo chiedere ai teologi più qualificati della Chiesa Cattolica il significato vero di questo tema biblico-patristico, centrale nella vita cristiana. Tuttavia le "parole e atteggiamenti" che ti vengono rimproverati, "di esplicito e pubblico dissenso nei confronti del Magistero e dell’Episcopato", riguardano in ogni caso scelte da farsi a proposito di una legge civile, e non crediamo che possano determinare la rottura della vera comunione ecclesiale.

In questa circostanza, vorremmo dirti che se sceglierai la testimonianza del silenzio, siamo convinti che essa sarebbe egualmente efficace quanto la testimonianza della parola che hai dato finora come monaco e sacerdote al servizio della Comunità Ecclesiale.

Siamo convinti che sull’esempio di Gesù Cristo, morto e risorto, l’orizzonte del domani sarà nuovamente favorevole per la ripresa della tua piena testimonianza.

Fraternamente uniti nella comunione di Cristo.                                                                                                                    Seguono le firme

 

PER L’OCCASIONE

UN GIOVANE GIRAVA

CON LA SCRITTA:

"NON SI IMBAVAGLIA LA COSCIENZA"

 

*

SENZA PATRIA E SENZA DIVISA

            Non solo musica e costume, ma anche conoscenza e maturazione attraverso l’incontro con il prossimo, e soprattutto la solidarietà.

            Contro il militarismo crebbe l’obiezione di coscienza e la voglia di provare esperienze sociali alternative sia in campo religioso che laico attraverso i "campi scuola" o i "campi di lavoro", di rinnovamento della cultura cattolica formativa i primi e di solidarietà sociale diretta i secondi.

            Ed è in quegli anni, sulla scia di una prima esperienza comunitaria giovanile del ’67, che mi avventurai, diciassettenne, in tre esperienze estive nella solidarietà umana, che non pone confini geografici e razziali.

Franco Della Rosa

*

     

 

1- D-STROMBERG. COSTRUZIONE DI CASE PER OPERAI TEDESCHI

2 - F-PLAN DE GRASSE. COSTRUZIONE E RESTAURO CASE PER GITANI

3 - I-SPETTINE DI BIANA (Piacenza). ASSISTENZA AGLI SPASTICI

 

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ALCUNI BEAT AMERINI

 

   

UMBRO                                                                              DON SILVANO  MONACO "ON THE ROAD"

 

   

 

GITANA                                                        SEMINARISTI

*

… E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

(E. L. Masters)

*

Ringraziamo,

 

per la documentazione gentilmente messa a disposizione,

 

i signori:

Viviana Battistelli

Alfredo Veneri

 

Valeria Cerasi

Silvano Pernazza

Fabio Carlani

Bruno Della Rosa

Luigi Rini

 

Danilo Stolzi

 

per la collaborazione:

 

"Caserio"

 

 

TUTTI I DIRITTI DI RIPRODUZIONE SONO RISERVATI ALL’AUTORE

in copertina: locandina del complesso "I Ragazzi del XX Secolo"

 

*

 

Incontro del maggio 1996

 

 

 

Le fotografie "un centauro" e da "Senza patria e senza divisa",

sino a questo documento, sono di Franco Della Rosa

 

*

vedi anche in: www.grupporicercafotografica.it/ibo.htm

 

© www.grupporicercafotografica.it

dellarosa.f@gmail.com

 

PER TROVARE LA BIBLIOTECA OVE CONSULTARE IL LIBRO:

http://opac.sbn.it/cgi-bin/IccuForm.pl?form=WebFrame