Francesco Cecchini

2.4.1938 - 4.4.2003

“Ricordo, e credo che in qualche luogo,

in qualche luogo tutto ciò si è trasferito,

i miei compagni, le stelle, la mia generazione,

le strade che segrete percorrevamo,

gli occhi che custodivano misteri tanto semplici.

Forse noi sogniamo di vivere, semplicemente,

forse siamo figure di un sogno da altri sognato,

forse, quando Dio si sveglierà, ci sveglieremo,

forse dormiremo, diletti, senza sorridere più.”

 

(da “IL MIO PAESE E’LA NOTTE” di Anna Maria Ortese)

         

C’è modo e modo per affrontare un volontariato rivolto alla riscoperta,

protezione e valorizzazione dei beni culturali:

quello più diffuso è composto da personaggi intrisi di protagonismo con buona dose

di saccenteria unita ad una forma compulsiva di egoismo spocchioso.

Poi ce ne è un altro in cui i partecipanti manifestano sani principi di condivisione

con valenza altruistica e arricchita da attività condotta umilmente

con solerzia ed abnegazione senza alcun bisogno di riscontri e plausi.

 

Ebbene Francesco apparteneva, senza ombra di dubbio, a questa seconda categoria.

Con la sua discreta e rispettosa presenza priva di invadenza ed arroganza

ma pregna di generosità e simpatia ha contribuito in maniera fattiva

all’avvio di una pioneristica “rivoluzione culturale amerina”.

Nel 1973 partecipò, in qualità di segretario, alla fondazione dell’ Associazione Ameria Umbra,

che si occupava di tutela dei beni architettonici, musicali ed archeologici  del territorio dell’Amerino.

Le qualità che egli dimostrava in questo campo le applicava con coerenza

anche nella sua attività lavorativa bancaria.

Era ricercatissimo da molti clienti della banca dove prestava servizio,

poiché sapevano di poter contare su di lui in quanto a disponibilità,

competenza ed umanizzazione di un ambiente,

troppo spesso preda di una sterile e fastidiosa burocrazia.

 

Quante ricognizioni archeologiche abbiamo effettuato insieme a Francesco,

come possiamo dimenticare le sue espressioni di meraviglia e di interesse quando ci imbattevamo

in un “tumulo presumibilmente longobardo” o in un “castelliere o castellare”,

piccolo insediamento fortificato protostorico presente in vari esemplari nel nostro territorio,

di cui egli era studioso fortemente appassionato e competente.

 

Francesco, persona oltretutto sobria, non avrebbe voluto un ricordo di questo genere,

ma ci perdonerà per aver disatteso i suoi sistemi impostati su modestia, semplicità e gentilezza,

non rendendosi conto che per noi è stato un autentico maestro di come si possa affrontare

la vita rispettando le idee degli altri senza prevaricazioni,

egocentrismo ma soprattutto dando un bel calcio al principio filosofico dell’ “homo homini lupus”.

Però non so quanti di noi abbiano imparato la lezione.

 

Paolo Boccalini

24 aprile 2019

 

 

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