© Arch. Franco Della Rosa

 

TUTTI I DIRITTI DI RIPRODUZIONE SONO RISERVATI ALL’AUTORE

1 - in copertina: vista del bimillenario Ponte di Augusto.

 

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In ricordo di Pietro Cucco

tenace costruttore

della propria dimora.

 

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PRESENTAZIONE

 

É con grande piacere che è stato accolto l’invito dell’autore

per una partecipazione alla realizzazione di questa opera,

perché la nostra azienda ha guardato sempre

con interesse alle testimonianze del passato.

Ogni qualvolta è chiamata ad intervenire su una di esse,

lo fa con profondo rispetto e dedizione,

perché le opere del passato sono patrimonio inestimabile di tutti,

del nostro esistere e cambiare,

e quando una di esse scompare

o viene trasformata in qualcosa di diverso,

inevitabilmente scompare una parte di noi.

 

Stefano Giovannini

 

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INTRODUZIONE

 

Lo studio qui presentato deriva da una ricerca operata sul campo tra l’estate e l’autunno del 1989 nell’ambito di un ambizioso programma editoriale nazionale "Il tempo e la città – Storia illustrata delle Città dell’Umbria", realizzato solo in piccola parte, e dalla conoscenza dei luoghi dovuta ad una dozzina di anni di attività lavorativa in questo comune. Ciò ha favorito l’approfondimento di indagini storico-ambientali agevolate dalla collaborazione di un amico, Alberto Rossi, con il quale si può dire, sia stato visitato ogni angolo del comune.

L’opera tratta dell’architettura rurale, dei suoi caratteri e delle sue funzioni, così come si è presentata all’occhio attento che la osservava undici anni orsono, tra paesaggio, torri palombare, case rurali e case-torre extraurbane, ville suburbane, chiese ed edicole religiose, mulini, fontane, torri e ponti, il tutto supportato dalla ricerca storico-documentaria e dallo studio diretto.

Questo libretto raccoglie quindi sotto forma di piccolo contributo di memorie rurali, i brandelli di un dignitoso passato, nettamente in contrasto con le consuetudini contemporanee. Passato che per secoli ha ruotato intorno alla nobile figura del contadino, perno dell’evoluzione della civiltà rurale, travolto dalle facilonerie del benessere, così come l’armonia della vita semplice è morta nell’odierna civiltà dei cialtroni che distrugge ed inquina ogni cosa.

È da rilevare, con una parziale verifica dopo undici anni dal primo rilievo, un dato sconcertante: la progressiva, incessante e marcata devastazione del patrimonio architettonico e ambientale dell’intero comune, frutto evidente di un’ignoranza sempre più dilagante.

 

Franco Della Rosa

 

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Il paesaggio rurale

 

        Il territorio di Narni è bordato a settentrione dalle feudali Terre Arnolfe, a levante dal Ternano con il quale condivide buona parte della fertile pianura attraversata dalla Consolare Flaminia, a meridione è affacciato sulla pianura sabina, con l’ultimo avamposto dell’Umbria meridionale dovuto ai comuni di Calvi e Otricoli, mentre a ponente è cinto dal Tevere e dai boschi e coltivi dell’Amerino degradanti verso il fiume Nera.

È il territorio dell’antica Nequinum e dei suoi Nequinati, lo stesso che si ritrova in età medioevale nella diocesi e, di poco ridotto nelle aree marginali, nel Comune odierno.

Un territorio particolarmente variegato ove è possibile trovare il paesaggio dei rilievi medio collinari con l’aspra morfologia delle formazioni calcaree della dorsale Amerino-Narnese sino a Monte san Pancrazio, formando ambiti alquanto compositi come a nord-est di Capitone con un paesaggio di terreni sabbioso-argillosi profondamente solcato ove ancora compare la piantata umbro-marchigiana della vite maritata all’olivo o al gelso. La valle del Nera, stretta gola di collegamento tra la conca ternana e la teverina ricca di terrazzi alluvionali con stretti e affascinanti versanti ricoperti di leccio, carpine, orniello ed arbusti come il ginepro e il corbezzolo tipici di una vegetazione premediterranea. Più a monte sul versante ternano, la fertile pianura irrigua, compromessa dagli insediamenti industriali, residuo dell’antico lago tiberino di origine plio-pleistocenica.

I terreni argillosi frammisti a sabbie marine di colore bruno costeggianti il corso del Nera con dolci pendenze, scendono verso la sabina ospitando ampie colture di seminativi e uliveti.

Il tradizionale sistema agrario del maggese è stato quasi completamente sostituito dai sistemi a rotazione continua con il regime dei campi chiusi, soltanto pochi pascoli e magri prati insieme a rare abitazioni occupano le aree montane marginali ricordando una tradizione che con la polverizzazione degli appezzamenti a coltura promiscua disordinata ha favorito in tempi recenti l’abbandono dei terreni e dei poderi. Oggi sono memoria di autonomo e completo ciclo produttivo.

Un territorio in larga parte d’aspetto rurale ove tra la fine dell’otto e l’inizio del novecento intorno all’abitato di Narni s’insediano i primi stabilimenti industriali ad iniziare dal 1899 con le Soc. Linoleum ed Elettrocarbonium che trasforma un precedente impianto dell’87 ove si lavoravano le pelli. Quindi lo stabilimento del carburo di calcio del 1906 e quello dell’ammoniaca del 1915; sviluppo manifestatosi a Narni come in altre parti interne al territorio nazionale per motivi di sicurezza militare.

L’Italia unitaria si presenta sostanzialmente come paese agricolo. Basti pensare che la popolazione all’epoca del censimento del 1881 era in gran parte stanziata nelle campagne (nella pianura padana il 41%, in Val Senales nel ’51 il 73,1%), e che il 58% del reddito nazionale proveniva dall’agricoltura.

 

2 - Particolare vista panoramica di Narni di Pierre Mortier (1704), con case-torre.

 

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La torre palombara

 

        Henri Desplanques, a proposito delle campagne umbre, si chiede quali fossero le prime forme di insediamento sparso e segnala documenti del XIV secolo dove si parla di cittadini che possiedono "domum seu capannam extra civitatem", oppure di campi nei quali viene registrata la presenza di una torre "cum columbaria". Nel caso della capanna l’origine è dubbia appare infatti aver origine da una dimora di tipo precario fatta di legno, rami e fronde. Ed è proprio la precarietà della capanna, tramandata in questa forma sino ai giorni nostri che fa ritenere quali fossero le condizioni di vita della campagna medievale senza molte differenze tra l’ambiente destinato agli uomini e il ricovero degli attrezzi e degli animali.

Con questa premessa è chiaro che alla precarietà iniziale fa seguito il bisogno di consolidare questa presenza ampliandone l’entità ma conservando, anche in muratura, la sua caratteristica "orizzontalità". Asserisce ancora il Desplanques che nel caso della torre l’origine può essere agricola o difensiva, o entrambe: in ogni caso si tratta di edifici urbani trapiantati nella campagna, in quanto è urbana la disposizione dei piani e la tecnica di costruzione con l’uso di materiali permanenti. Dopo queste considerazioni sulla "verticalità" delle strutture si può sostenere che la casa rurale sia nata in città.

Di modesta entità è l’eccezione che si riscontra nel territorio di Narni, come all’intorno, ove la palombara è sorta in prevalenza non a scopo difensivo ma per produrre la palombina, quel tipo di concime che ci viene fornito dai palombi o piccioni selvatici.

Questa costruzione è tipica della Toscana, Marche, Umbria e Abruzzi; essa si è diffusa in zona specialmente nel ‘500 quando le abitazioni tornavano a sorgere con più frequenza fuori della città murata. Il primo elemento costruttivo in muratura ad essere insediato nella campagna è stato proprio la palombara composta da un piano terreno ad uso di rimessa per gli attrezzi di riparo per il contadino e da uno a due piani superiori, l’ultimo dei quali accoglieva la piccionaia. Alcune palombare sono rimaste isolate, ad alcune si è avvicinata l’abitazione, ma alla maggior parte di esse tale abitazione si è completamente unita dandoci esempi di rara organicità di aggregazione e funzionalità.

La prima preoccupazione del colono del tempo era come procurarsi il concime e non poteva trovare concime migliore di quello fornito dai colombi che è giudicato ottimo ed e stato anche decantato da storici latini, quali Plinio, Varrone e Columella come particolarmente efficace alle colture. Riconosciuta l’utilità di tale concime, insieme alla ricercatezza della carne di piccione, le abitazioni rurali sono cominciate a sorgere già comprensive di palombara, o di palombare poiché spesso non una ma due torri sono state affiancate alla casa conferendole un aspetto di fortificazione. Gli esempi di questo tipo fanno pensare ad una derivazione da edifici costruiti a scopo militare poi riadattati ad uso agricolo, in realtà l’ubicazione di questi edifici e la loro frequenza in alcune zone, non lascia spazio a questa supposizione che sarebbe giustificata da un posizionamento di tipo strategico con torri disseminate in punti nevralgici del territorio. L’altezza della torre è invece dovuta alla necessita di richiamare l’attenzione del piccione nella campagna e evitare l’accesso di donnole ed altre fiere.

La palombara è sorta quindi come palombara. Il suo aspetto e le proporzioni possono richiamare l’idea della torre fortificata poiché nel costruirla l’unico esempio di torre a cui si poteva far riferimento era la torre urbana di difesa, ma la palombara acquista sue proprie caratteristiche, tetti, cornici, e proporzioni si ingentiliscono e le finestre anche se fatte solo per l’uso dei volatili sono studiate nella forma e curatissime nei particolari, sicché la semplice torre piccionaia diventa un elemento primario che nobilita anche le più umili abitazioni. Molte famiglie possidenti dell’epoca abbelliscono le loro abitazioni fuori e dentro le mura urbane con la torre palombara così da unire l’utile, la produzione del concime per il campo o per gli orti all’interno delle terre murate, al dilettevole, la presenza di una superba, severa, magnifica torre a qualificare il palazzo, lo spazio urbano o la dimora estiva di campagna.

 

3 – Planimetria di schedatura delle emergenze architettoniche rurali.

 

É il caso della bella torre in prossimità di Le Treie (n. 13 nella planimetria di schedatura) e quelle di Guadamello (n. 22) ove la struttura si presenta solitamente alta 3 o 4 piani, circa 9-14 metri con una cornice che dà spicco alla parte alta più propriamente destinata ai volatili, su tale cornice poggiano le finestre di tipo a bocchetta triangolare in mattoni, di modesta fattura rispetto agli abbondanti e ricchi esempi architettonici dell’area spoletina, mentre la finestra rotonda di mattoni disposti a raggiera permette l’areazione dell’interno, a volte presente su un lato o due, a volte su quattro a seconda della forma del tetto. All’interno i piccioni erano disposti in regolari alloggiamenti ricavati sulle pareti per tutta l’altezza, le torri più grandi ospitavano sino a duemilacinquecento coppie. Tali alloggiamenti sono visibili sempre più raramente in interni di torri palombare ancora incontaminate; i più prossimi sono nell’adiacente amerino con due torri originalmente circolari poste sulla vecchia strada per la frazione di Collicello.

 

4 – Fabbricato rurale ad elementi giustapposti formati dalla casa, torre palombara ed annessi. Loc. "Le Treie" (n. 13 nella schedatura)

5 – Il castello di Guadamello con le sue torri difensive parzialmente trasformate in palombare. (n. 22 n.s.)

6 – Località San Donato della Frazione di San Vito. Rara testimonianza di allevamento familiare di piccioni. (n. 25 n.s.)

 

II tetto si presenta ad 1, 2 o 4 spioventi, spesso nelle torri ad uno spiovente questo ha una tale pendenza che la cornice stessa segue una scaletta e si abbassa, anche ripetutamente, di 50 - 60 cm., la torre è solitamente intonacata per evitare l’ingresso di animali dannosi al piccione.

Con l’uso delle colture sarchiate la palombara perde gradualmente la sua funzione anche se spesso rimane come vano accessorio o magazzino. Oggi il territorio più ricco di tali torri è rimasto lo spoletino nel qual Comune sono circa 200, esempio più vicino, nel Comune di Ameria se ne contano 29 disseminate nelle zone collinari e nella città, mentre per il Comune di Narni ne sono state censite, in questa occasione, appena 8.

Non mancano però nel territorio, anche a caratterizzarlo, forme di sopravvivenza di questa lunga tradizione. In località "San Donato" (n. 25), sotto San Vito, un pensionato alleva piccioni da carne in piccoli alloggiamenti sospesi su tronchi d’albero. Piccionaie di modesta fattura atte ciascuna ad ospitare una coppia; sono tutte rivolte ad ovest (verso il tramonto).

 

7 – Località "Villa Eroli". Torre palombara. (n. 50 n.s.)

 

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La casa rurale

 

        Nella produzione architettonica rurale fatta di case e stalle, edicole, ponti, fontane, mulini, chiese, torri, pozzi e quanto altro indispensabile nell’arco della vita umana, un posto preminente, sino all’avvento della civiltà tecnologica, è occupato dall’abitazione del contadino. Ad iniziare dal primo millennio avanti l’era cristiana è avvenuta la graduale trasformazione delle popolazioni da una vita nomade con economia di caccia, pesca e raccolta di frutti naturali, seminomade del coltivatore itinerante e del pastore a forme stanziali con la pratica graduale dell’agricoltura.

È intorno al contadino che ruota tutta l’evoluzione della civiltà rurale. Come giustamente afferma Giovanni Arpino è il contadino che costruisce e modella la propria casa col mutare delle necessità, che deve saper far tutto: il muratore-geometra costruendo muri, porte, tramezzi, il falegname realizzando tavoli, sedie, mobili, culle e zoccoli, il carro e gli attrezzi, l’agricoltore arando e innestando gli alberi oltre a saper aiutare una mucca a partorire; tutto ciò con perizia perché ogni errore si sarebbe ritorto a suo sfavore. Tutto senza sfoggio di vanità secondo le leggi non scritte ma usuali e di costume formatesi nelle necessità, sancite da una povertà che ha sempre costretto il contadino condizionando il suo lavoro e la sua casa, leggi travolte solo dalle facilonerie del benessere.

Non si trovano nella casa contadina opere o spazi inutili, tutto è legato allo svolgersi del giorno e delle stagioni con un legame fisico e metafisico con il campo, il bosco, il torrente, il sole o il temporale, sino a giungere ai riti esorcizzanti delle Rogazioni del mese di maggio, da un lato per ringraziare e dall’altro per scongiurare i guasti delle intemperie.

Oggi si guarda con ammirazione alle sue opere e al loro armonioso inserimento, sempre felice, nell’ambiente naturale così come una culla intagliata a mano nelle giornate invernali da un analfabeta è ambita da antiquari contrariamente ad un’infinità di robaccia sfornata dalla civiltà attuale che rapidamente sparisce gonfiando le discariche delle periferie urbane.

"Era il corso naturale delle cose: allora gli uomini, costruendo le loro case donavano una nuova bellezza al mondo, ora è tutto l’opposto, quando gli uomini costruiscono, tolgono sempre qualcosa alla bellezza che la natura e gli antenati avevano dato al mondo. Se l’arte, oggi avvilita, deve vivere e non morire, nel futuro essa deve appartenere al popolo per il popolo: deve comprendere tutti ed essere compresa da tutti...". Queste profetiche parole dettate da W. Morris in un famoso discorso tenuto a Londra nel lontano 1881, fanno meglio comprendere il perché e l’importanza di questo studio, specialmente oggi che il totale rifiuto dell’eredità di valori contenuta nel patrimonio rurale ha mandato pressoché persa questa testimonianza a causa di scriteriati interventi edilizi ogni giorno più serrati.

In questo antico adattamento ed equilibrato rapporto con l’ambiente la migliore ubicazione della casa, il posto migliore, dell’aia, della stalla e concimaia, della cantina, del fienile, l’orientamento sono elementi valutati in rapporto all’uso del campo e trasferiti con armoniosa sensibilità nei materiali del posto come la pietra, il legno o il mattone fabbricato a mano e nelle forme, partiture e dimensioni più convenienti.

La casa nasce dalle mani dello stesso contadino, direttamente sul terreno più solido, divenendo il centro della sua attività, raccogliendo in essa lo spazio chiuso a sua misura e per le sue necessità. E in questa la cucina è la vera casa, il primo ambiente con il grande camino, tutt’intorno le camere, il magazzino e a volte la scala a pioli per salire in altre camere o nella torre palombara. A prima vista può apparire che la tecnica costruttiva sembri rozza, ma ad occhio attento ogni particolare svela la sua funzione e importanza. Certo anche i fattori economici hanno la loro influenza ed ecco la casa più modesta in ogni aspetto e quella più importante a seconda dell’epoca, dell’ubicazione e della funzione da assolvere.

La tipologia più diffusa di abitazione nel territorio di Narni è la casa con scala esterna e tetto a due falde, ma anche a padiglione, specialmente nella zona sud del comune; caratteristica insolita di quest’area è la presenza della cucina al piano terreno, aspetto tipico dell’otricolano. Gli edifici sono di norma a due piani spesso con il piano terreno, nelle zone in pendio, parzialmente interrato; la pianta generalmente è rettangolare.

Gli ingressi sono a due battenti, per gli ambienti rustici ad uno o due, di fattura artigianale con fusto pieno e traverse di rinforzo su cui è montato il catenaccio. La muratura è in pietra calcarea, a volte in conglomerato locale mentre le spallette e gli architravi in conci regolari a mattone. La scala esterna termina di solito con un ballatoio coperto come il tetto, con coppi e tegole alla romana su travi e vergoli in legno; raramente compaiono cornicioni di mensole in cotto databili in zona tra il ‘seicento e il ‘novecento.

All’esterno dei fabbricati, addossati e aggiunti a seconda delle necessità, stanno le capanne per la rimessa dei carri e degli attrezzi, a volte chiuse da pareti di canne intrecciate. Le dimore sono per lo più costruite per una sola famiglia anche se patriarcale e a volte numerosa rispetto ad una esigua cubatura domestica.

Intorno all’aia, frequenti sino a pochi anni orsono, erano presenti i tradizionali pagliai cilindro-conici costruiti intorno ad un palo o pertica; sino agli anni venti erano preparati con l’usuale sistema della bilancia.

La scoperta dell’architettura "minore" è opera di Giuseppe Pagano, con argomentazioni esposte alla VI Triennale Milanese del 1936 in un momento particolare della vita politica nazionale; quel Pagano architetto moderno e teorico di una nuova società, morto in campo di concentramento.

L’evoluzione di questa arte popolare si presenta come un fenomeno molto lento, si può affermare che è sempre stata in sintonia con i lentissimi mutamenti dei sistemi di vita rurale.

La sua classificazione in arte minore, arte provinciale, arte contadina, arte primitiva, arte infantile o spontanea è da rifiutare quale contrapposizione alla cosiddetta arte "maggiore", perché essa è legata ad esigenze quotidiane e ritmi di vita specifici, quindi diversa anche da un punto di vista qualitativo. In particolare la definizione di architettura rurale, rustica, vernacolare, povera o anonima richiede una individuazione cauta rifiutando a priori l’ambito del folklore specialmente se visto, come di frequente oggi accade, come mercificata o carnevalesca replica di usanze o tradizioni dimenticate.

Non mancano altri elementi a differenziare e caratterizzare sia la casa che il paesaggio circostante ed ogni abitazione ne è prodiga, basti osservare il complesso abitativo del Pod. Castelluzzo (n. 20) contraddistinto da un’ampia corte selciata, una chiesa sormontata da cavaliere, la vera da pozzo, il pergolato, il roseto e il loggiatino, certamente uno spazio allo stesso tempo d’incontro e di festa, o l’esistenza della onnipresente quercia e gelso o noce e ciliegio a contornare insieme ad altri alberi da frutto sia la casa che l’aia specialmente per dare in estate ombra e frutta di stagione.

 

8 – Podere Castelluzzo. Particolare del cortile est di accesso alla casa padronale.(n. 20 n.s.)

9 – Fabbricato rurale detto il "Castelluccio" con annessi tamponati successivamente e giustapposti. (n. 34 n.s.)

 

Lungo la strada interna che da Moricone scende ad Otricoli s’incontra sulla sinistra il Pod. Castelluccio (n.34), oggi abbandonato come molti altri dalla presenza umana; colpisce per la solidità e l’ordinata aggregazione fatta di piccole modifiche e necessari aggiustamenti. Un fabbricato di fattura ottocentesca nato per una numerosa famiglia contadina.

Risalendo la campagna verso Narni, s’incontra alle porte di Schifanoia una tipica costruzione con scala esterna (n. 29) sulla quale le intemperie hanno iniziato a lasciare segni evidenti. Accanto all’aia sotto una tettoia da fieno sostano in attesa d’ignoto futuro tre carri agricoli usati di norma per ogni tipo di trasporto, dai prodotti dei campi ai materiali edili, dagli animali allevati sino all’intera famiglia colonica sia nei momenti di lavoro che di festa. Questi carri dalle grandi ruote cerchiate sono completi di tutto il necessario: attacco per buoi, spalliere e freni, comunemente chiamati "barozza" sono stati costruiti sino agli anni ’50; noti in zona, quali ultimi fabbricanti, sono i componenti la famiglia Martellotti detta anche per questo di facocchi.

 

10 – Tre carri agricoli in disfacimento presso l’abitato di Schifanoia. In primo piano le grandi ruote cerchiate bloccate dagli zoccoli dei freni. Al centro un carro più economico con cassone sfondato e sponde leggere. (n. 29 n.s.)

11 – Fabbricato rurale con rampa di accesso selciata. (n. 49 n.s.)

 

Poco dissimili dai fabbricati isolati sono le caratteristiche delle abitazioni negli agglomerati rurali, Schifanoia, Guadamello, Vigne ed altri nuclei nati come terre murate di tipo agricolo, con cinta atta a completare il parziale senso di sicurezza offerto dalle case singole.

L’abitato di Schifanoia, piccolo castello di pendio, controllava la gola tra Poggio e Otricoli, come testimonia la sua ubicazione di sentinella avanzata nel territorio comunale, tramite la torre crollata nel 1925. Meritevole di attenzione è la doppia porta sud (n. 38) che formando uno spazio interno alle mura, antistante la Chiesa parrocchiale, mostra da un lato l’aspetto di controllo-difesa e dall’altro quello di "dogana". In questo spazio, alterato solo di recente da pubblici lavori come per il resto della viabilità a scalette, spicca la possente struttura d’ingresso con a lato una finestra e balconcino orientalizzante.

 

12 – Schifanoia: la porta sud dell’abitato antistante il sagrato della Parrocchiale. (n. 38 n.s.)

 

In buona misura è anche la necessità di affrancarsi dalla soggezione feudale o dal "borgo" che deriva lo stimolo di riunire le abitazioni in agglomerati o castelli, ed in questi, intorno al mille, inizia a comparire un fabbricato comune e ben differenziato: la chiesa parrocchiale. Con la stessa tecnica costruttiva e gli stessi materiali delle case, essa si differenziava solo per il grosso vano, l’abside, spazio sacro semicircolare, le immagini impresse sui muri e i fregi scolpiti che dichiarano la destinazione sacra dell’edificio. Quindi una casa comune ove oltre ai riti religiosi si svolgono tutti gli atti di interesse pubblico.

Fa contorno un altro elemento a completare l’insieme: il camposanto, anch’esso "campo" come è tradizione nel linguaggio contadino, legato al ciclo della vita e ben relazionato a quello scandito dalle stagioni agrarie.

 

13 – Resti del Convento "Cappuccini Vecchi" sulla strada per Sant’ Urbano, con i resti della torre palombara, la chiesa dimessa e l’antistante prato per la festa di contrada. (n. 41 n.s.)

 

Con il progredire della tecnologia industriale e il rapido abbandono della campagna, qui come altrove, le case e i borghi che periodicamente necessitano di risarcimenti e restauri, gradualmente trascurati, crollano su se stessi e con loro si perde la ricca cultura di questa civiltà. Muore così la serena armonia di una civiltà con il suo ambiente naturale, il ricordo della dura fatica, della fredda casa e della vita di stenti senza rimpianto, si abbandona per nuove mete e nulla può servire per riportarla in vita specialmente in una società di cialtroni che distrugge o inquina la stessa natura.

 

14 – Loc. Podere Rosello. Fontana rurale a più vasche ancora efficiente. (n. 48 n.s.)

 

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Le ville suburbane

 

        Trattando di ville è bene non limitare l’osservazione ai soli fatti architettonici e artistico-ambientali in quanto intorno a queste dimore ruotano aspetti economici, sociali, storici e culturali che vanno ben oltre il limitato spazio del giardino o parco con tutte le possibili influenze sul paesaggio. É quindi opportuno, osservando le funzioni proprie e la tipologia, scrutare nell’origine e nella storia delle trasformazioni. A dire il vero il territorio di Narni non è ricco di queste residenze, anzi le poche rintracciabili appaiono con evidenza adattamenti di antiche strutture, spesso comunitarie, basti osservare il convento dei Cappuccini Nuovi, che il comune di Narni aveva venduto nel 1890 al senatore Paternostro, da questi ceduto nel ‘95 all’ingegnere Edoardo Martinori di Roma, il quale lo ridusse a luogo di villeggiatura, dando al fabbricato un nuovo aspetto in stile moresco-persiano ed ornando il giardino di piante orientali. Oppure al complesso dei Cappuccini Vecchi, lungo la strada per Sant’Urbano, variamente riutilizzato (n. 41). Altro esempio emergente per chi sale in città, percorrendo la via Flaminia, è il convento e la chiesa di san Girolamo, che il conte di Valbranca aveva acquistato nel 1898 dal comune con l’intento di restaurarlo e renderlo adatto ad uso di villeggiatura, dandogli il carattere di un castello medievale. Un posto di riguardo merita ancora la residenza estiva della famiglia Mancinelli Scotti di San Vito, detta il palazzone, usata sino a pochi decenni fa per sfuggire la calura estiva (n. 39). Un bell’edificio a cinque assi, di aspetto settecentesco, su tre piani d’impianto rettangolare coperti da tetto a padiglione. Lo schema distributivo è il tradizionale dell’epoca: al piano terreno l’ingresso, il soggiorno, il pranzo e gli ambienti di svago; al primo la dimora, al secondo quelli di servizio. All’esterno, in asse con il viale d’ingresso una elegante fontana circolare in calcare locale con bella cornice. Sui fianchi, ad opportuna distanza, la cappella gentilizia a destra e la custodia-scuderia a sinistra. Tutt’intorno nudo terreno dell’ampia proprietà che fa maggiormente risaltare questa imponente struttura sulla valle sottostante. Un particolare di rilevante importanza è dovuto all’immagine architettonica dei fabbricati, contrariamente a quanto avviene per la residenza rurale, plasmata dal contadino, qui gli schemi di riferimento sono rappresentati dalla trasposizione di quelli urbani di poco esemplificati.

 

15 – La residenza estiva dei conti Mancinelli Scotti di San Vito, abbandonata e in rovina. (n. 39 n.s.)

       

        Il Podere Castelluccio (n. 20 già citato), posto lungo un antico percorso diretto ad Orte, oggi emarginato dalla moderna viabilità, risalta per la sua complessa e armoniosa aggregazione di edifici, cortili aperti e chiusi, accessi e percorsi, fusione equilibrata tra la residenza colonica e quella padronale, tra spazi di lavoro e per lo svago o per le ricorrenze civili e religiose.

Non vanno dimenticate Villa Sacripante a Narni Stazione che sino alla prima metà di questo secolo conservava affreschi della scuola degli Zuccari e Villa Tiburzi a Visciano.

Anche altri edifici, se pur in modo meno appariscente, vagheggiano l’aspetto della residenza signorile di villa suburbana specialmente nelle realizzazioni d’inizio secolo in stile Liberty locale lungo le vie di accesso della città ancora "murata".

 

16 – La chiesa di san Martino presso Taizzano. (n. 12 n.s.)

 

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Le chiese e le edicole

 

        Nel paesaggio rurale un posto di rilievo è occupato dalle chiese e dalle edicole rurali retaggio di una solida tradizione religiosa, spesso ubicate ai crocevia più trafficati e significativi o poste in punti di particolare visibilità, sempre lungo i percorsi stradali. L’esempio più sorprendente è dato dalla esaltante immagine di santa Pudenziana (n. 15), piccola chiesa protoromanica, già nota come santa Maria di Visciano, affiancata dall’alto campanile ricavato dalla sopraelevazione di una torre preesistente. Un vero gioiello di aggraziata semplicità architettonica ove ancora una volta non è la mano del progettista che emerge ma la "ripetizione", in chiave locale, dell’ordine architettonico dell’epoca dovuta a maestranze del posto. Un piccolo portico quadrato con quattro pilastri in mattoni e quattro colonne interposte, tre navate con presbiterio rialzato, ciborio e altare, sedia abbaziale nell’abside; al di sotto vi è la cripta con doppio ingresso. Il complesso, visibile per un ampio raggio nella campagna, si scorge anche da oltre Tevere e da Ameria.

Degne di nota in questa ricerca sono le chiese di san Martino presso Taizzano, un borgo antico cancellato da case nuove, e san Michele Arcangelo. La prima (n. 12), presso l’omonimo podere, già casa detta del "Cardinale" per la presenza di uno stemma del Card. Della Rovere, è ignobilmente ridotta a ruderi già salvati durante gli anni ‘30 da Giorgio Castelfranco che ammirato dalla sua bellezza abbandonò l’idea della demolizione per ricavarne pietra ad uso d’altra fabbrica. La studiò pubblicando un saggio e dando notizia dell’altare. La chiesa mostra in facciata un pronao di mirabile umiltà, subito dietro un piccolo vano tipo nartece ed un interno senza copertura e pavimento carico di rovine, tre navate con buona parte dell’alzato ancora conservato; di particolare rilievo è il colonnato interno e la tradizionale muratura romanica in pietra squadrata a filari orizzontali. Da questa chiesa, o meglio da un pollaio di casa colonica poco distante, proviene, grazie all’interessamento di Guerriero Bolli e Carlo Castellani, il noto altare paleocristiano conservato ora nell’ex-chiesa urbana di san Domenico.

 

17 – Santa Pudenziana: un gioiello narnese di architettura paleocristiana. Esempio di umile armonia di stili. (n. 15 n.s.)

 

La seconda di san Michele Arcangelo presso Schifanoia (n. 30) è di particolare interesse per il culto, l’epoca e l’impostazione architettonica. Era infatti sino all’inizio del secolo meta di processione per l’8 maggio, festa dell’Arcangelo, celebrata dai longobardi ai quali si fa risalire l’origine. Il culto di san Michele è legato alla tradizione che vuole abbia qui sostato e che in cambio della buona accoglienza ricevuta volle lasciare due ferri miracolosi atti a cauterizzare le ferite per allontanare uomini e bestie dal pericolo della rabbia.

 

18 – Schifanoia. Il complesso di san Michele Arcangelo (n. 30 n.s.).

 

L’impianto, nell’insieme di aspetto paleocristiano, è formato da una navata con presbiterio a cui si accede da un ingresso esterno rivolto a sud sormontato da cavaliere, ampio ambiente di forma trapezoidale con pavimento in pendenza chiuso in alto dalla cappella della Madonna e sagrestia, tramite un corridoio intestato da un bel portale si giunge nell’aula abbaziale. Tutto il complesso deriva chiaramente dall’ampliamento di una preesistente struttura.

 

19 – Località santa Lucia. Immagine dell’antica edicola assediata dall’espansione edilizia del capoluogo, ancora oggetto di attenzione di alcuni devoti. (n. 40 n.s.)

20 – L’edicola dedicata alla "Madonna del Lecino" recentemente restaurata dal Prof. Sergio Di Loreto (n. 46 n.s.)

 

Altri edifici di culto sono: sant’Angelo in Massa oggi Castel Sant’Angelo presente avanti l’anno 1000; san Cassiano recentemente restaurata dalla Soprintendenza; il monastero di san Pellegrino in fase di restauro, "dimenticato" nella macchia di Monte santa Croce vicino all’edicola della Madonna del Lecino e in prossimità di un romitorio, oggi diruto, conosciuto con il nome di san Giacomo degli Schioppi, con chiesa benedettina registrata già intorno al Mille che diverrà collegiata all’inizio del 1400; santa Maria della Quercia bell’edificio ultimato nel 1615 dopo la scoperta di una immagine della Madonna, nel 1576, dipinta su una quercia al vocabolo Colle; il santuario della Madonna del Ponte edificato nel secolo XVIII per proteggere un’antica immagine della Madonna qui rinvenuta nel 1714; la rinascimentale chiesa della Madonna delle Sbarre (n. 4) e la chiesa di sant’Angelo (n. 5) presso Capitone; quella ormai diruta nei pressi del cimitero, con architrave datato 1484 ove un affresco quattrocentesco di Madonna con Bambino e stato lasciato cadere a pezzi in questi ultimi anni (forse un Pier Matteo Manfredi); santo Stefano di Montoro; sant’Egidio (n. 27); la Madonna della Predella; san Girolamo fondata nel secolo XV; il convento francescano dello Speco presso sant’Urbano; la Madonna dei Monti; san Rocco; la Madonna Scoperta; santa Lucia (n. 40) presso l’omonimo abitato; queste sono altre chiese o edicole che fanno parte di un ricco sistema di "servizi" distribuiti sul territorio per un preciso rituale legato ad ogni giorno dell’anno. Di alcune è nota l’attività di scuola di agricoltura esercitata dai frati che tanto ha giovato a migliorare la tecnica di lavorazione dei campi e al risanamento della pianura ternana allora invasa da paludi.

Attenzione merita una piccola edicola recante una nicchia con tracce d’affresco rappresentanti una Madonna (n. 31), oggi coperta da un quadretto moderno, in prossimità della Frazione Moricone, località Casa Grotte, a cui è stata doppiata la parete di fondo e addossata una tettoia sostenuta da quattro colonnine circolari in cotto, due intere e due mezze affiancate al muro, probabile riuso di un peristilio antico; accanto una fonte con vasca circolare ancora in funzione.

21 – Frazione Moricone: località "Casa Grotte". Edicola quattrocentesca di crocevia, più volte restaurata, con accanto una fonte. (n. 31 n.s.)

 

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I mulini

 

        In una completa organizzazione territoriale non poteva mancare una struttura di servizio quale è il mulino: ad acqua lungo i fiumi e i torrenti, a trazione animale nelle aree collinari, a mano per piccole quantità familiari d’occorrenza. Nelle dimensioni e ubicazioni più consone il mulino ha rappresentato sin dall’antichità il luogo ove grano e granaglie venivano macinate a compimento di un ciclo agricolo essenziale: quello che consente l’uso di questi cereali in farine pronte da impastare.

Le notizie più antiche rintracciate sono negli statuti comunali il cui atto di approvazione fu stipulato in Perugia il 17 luglio 1371 nel quale si legge in merito ai mulini il seguente conciso elenco: molendinos de Funaria, molendinos Cerasae, molendinos Polletra, molendinos S(anc)ti Cassiani. Altre risalgono all’anno 1377 e sono riportate nel manoscritto Cotogni intitolato: Antiquitas civitatis Narniae del 1725, nelle quali è detto che il commissario Vero Trevi, che fungeva da giudice di appello per i signori di Narni, cioè gli Orsini, prese un provvedimento nei confronti dei figli di Donadeo di Pangrazio dichiarandoli ribelli, per cui gli fu tolto l’affitto di una parte del mulino di Stifone e consegnato agli stessi signori di Narni. Un’altra notizia del 26 febbraio 1568 ci fa sapere che la comunità di Narni affittò a Marino Cipiccia il mulino di Malfesano. Per questo mulino essendo sorta controversia tra Narni e Collescipoli, il 19 novembre di quell’anno, si addivenne tra le due comunità ad un atto di concordia tramite il quale Narni cedette quel mulino a Collescipoli e questo comune si obbligò di pagare ogni anno, una soma di grano ed un mezzino di olio come contributo. Questo mulino è posto sul torrente Aia a nord-est di Monte Ippolito. Un’altra notizia letta da don Gino Cotini nei documenti dell’archivio capitolare cita: molendinos de Funaria già nel secolo XIII, adibito anche a frantoio.

 

22 – Località "Visciano": mulino settecentesco a trazione animale. Particolare degli ingranaggi di trasmissione posti nel vano inferiore. (n. 19 n.s.)

23 – Loc. "Tre Ponti". Mulino Eroli (n. 47 n.s.)

 

Quanto riportato sta a dimostrare l’importanza di questa attività, gravata dalla nota tassa sul macinato, non limitata quindi agli interessi di singoli cittadini. Altri mulini documentati sono concentrati nel triangolo Borgaria, Visciano, Nera Montoro, ove un bell’esempio è rappresentato da una grossa costruzione di pendio su due piani adibita allo scopo (n. 19) affiancata da casa colonica e ampie stalle, il tutto oggi pesantemente restaurato. Qui si conservano quasi intatti tutti gli apparati, di foggia settecentesca, necessari alla molitura. Al piano superiore vi è la macchina in legno a trazione animale, marcata sul pavimento dalla doppia bordatura di mattone ossia la "pista circolare" da percorrere, mentre l’ampia superficie rimanente del grosso vano è destinata a magazzino d’ingresso e collegata al sotto tramite una botola; al piano terreno, l’albero di trasmissione in asse naturalmente col sopra, munito di grossa ruota dentata rapportata a lato con un’altra più piccola che funge da motrice per far ruotare la macina in pietra sul basamento circolare in muratura e pietra sagomato a vasca di raccolta. Gli ingranaggi come consuetudine sono realizzati in legno, così come gli assi che formano i perni, spesso cerchiati per maggiorarne la resistenza; opere quindi anche queste del contadino-falegname così come gli utensili di contorno. Il resto dell’ambiente era destinato a magazzino di sosta temporanea per i sacchi di farina. Ancora nella stessa zona, ad ovest di santa Pudenziana ci sono i resti di un mulino detto del Passatore circondati da un esteso uliveto. Non va dimenticato il mulino, pressoché identico nell’impostazione, propriamente detto frantoio ove si trattano le olive durante la stagione invernale. Nel frantoio oleario ove si trovano macchine e si usano tecniche di estrazione sostanzialmente rimaste immutate per secoli sino ai nostri giorni. In alcuni mulini si trovano ancora macine secolari perfettamente conservate e funzionanti, peraltro il sistema d’uso era simile a quello anzidetto per i cereali salvo la posizione della ruota qui posta in verticale, le macine in antico venivano mosse dagli schiavi, poi da asini, muli o cavalli che di norma andavano bendati per evitare perdite di equilibrio o rallentamenti nel loro continuo girare. Localmente fu utilizzata la forza motrice dell’acqua che incanalata in modo da farle acquistare velocità e forza faceva muovere il rotone, quindi tramite ingranaggi, le macine. L’evoluzione continua portò all’uso del vapore, del motore a scoppio e infine a quello dell’energia elettrica così come le antiche macine furono integrate nel XVII secolo dai torchi a vite stretti a mano con la stanga.

É bene aggiungere che con l’introduzione dei moderni sistemi elettrici i vecchi mulini sono stati pressoché tutti abbandonati affidando a se stessi il difficile compito della conservazione.

Un’architettura quella dei mulini di poco dissimile dalle tradizionali abitazioni rurali se non per quell’aspetto di ambiente di lavoro spesso evidenziato da piccole rampe di accesso, qualche inferriata al piano terreno e, se si tratta di mulini ad acqua per l’indispensabile invaso a monte, chiusa a ridosso del fabbricato e canale di deflusso.

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Le case-torri e le case extraurbane

 

        Una particolare e caratteristica tipologia di abitazione è rappresentata nel territorio dalle case-torri; via di mezzo tra opera prettamente difensiva e palombara.

 

24 – Fabbricato rurale denominato "Podere Castelluccio". Dalla torre militare isolata alla casa-torre. Dalla casa colonica alla residenza stagionale. Sul lato opposto porta con arco a "ghiera", finestre incorniciate e tracce di palombara. (n. 33 n.s.)

 

Alcuni esempi, tipo il Podere Castelluccio (n 33), prossimo al confine con il comune di Otricoli, munito di austera torre con feritoie alla quale si è affiancato il fabbricato rurale, fanno supporre il riutilizzo di una torre isolata ormai senza funzione o di un’abitazione maggiormente esposta ai pericoli quindi turrita, per avere almeno uno spazio più sicuro ove ritirarsi all’occorrenza. Non a caso queste abitazioni sorgono per lo più in punti marginali del comune, spesso i più lontani dalla città difesa, situati in valli isolate od anche appena fuori le mura urbane se in prossimità di strade come evidenzia la veduta prospettica di Narni del 1704 di Pierre Mortier (disegno riportato). Altro esempio è dato dal fabbricato rurale (n. 18), di recente abbandono, che spazia suoi Piani di Montoro, in prossimità del Podere Solarta. Questo edificio appare costruito unitariamente alla torre, successivamente trasformata in palombara su un solido banco calcareo con continuità di costruzioni più o meno recenti a ridosso.

 

25 – Frazione Capitone. Fabbricato rurale denominato "Podere Palombara" con possente torre difensiva isolata sul fondovalle trasformata nel settecento in abitazione e colombaia. Al piano terra molto riuso di materiale lapideo antico. (n. 3 n.s.)

 

Altro esempio di casa torre è presso il Fosso Calamone ad est di Capitone, il Podere Palombara (n.3) abbandonato, costituito da un’autentica casa torre alla quale con il tempo sono stati affiancati altri ambienti e la soffitta munita di piccionaia. La struttura fa ampio utilizzo di pietre antiche specialmente al piano terreno e nell’architrave dell’ingresso, mentre l’interno con struttura voltata conferma la impostazione quattro-cinquecentesca.

Un’immagine ancora diversa è offerta dalle abitazioni extraurbane sorte tra la fine del ‘sette e l’inizio del ‘novecento per motivi prettamente abitativi, corrispondenti ai nuclei delle prime "espansioni" contemporanee. Non sono molte ma presenti in quasi tutti gli abitati del comune, forse dovute alle migliorate condizioni economiche di alcune classi sociali, all’incremento demografico e ai più agevoli mezzi di comunicazione.

Questo tipo di abitazione non mostra caratteri comuni alle ville suburbane. L’esempio isolato all’ingresso della frazione di Borgheria (n. 18) ne riassume perfettamente le qualità visibili nella fotografia.

 

26 – Frazione Borgaria. Tipologia innovativa di fabbricato rurale, tra l’extra urbano ed il rurale, particolarmente diffuso a cavallo tra l’otto e il novecento. (n. 18 n.s.)

 

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Le torri e i ponti

 

        Nel panorama delle strutture di servizio territoriale un posto preminente occupano le torri di guardia sia isolate che unite a nuclei fortificati ed i ponti, specialmente se rapportati all’importante asse viario qual era ed è la Via Flaminia. La torre ha sicuramente per secoli assolto, quale avamposto isolato ai limiti del territorio di competenza, alla indispensabile funzione di osservazione e segnalazione militare.

 

27 – Castel Bufone. Primo piano del cassero dell’abitato abbandonato nel 1591 a seguito di carestia e pestilenza. (n. 16 n.s.)

28 – Castel Bufone. Una delle numerose abitazioni rupestri bicamerali d’età medioevale riutilizzate nei periodi di pericolo. (n. 16/a n.s.)

29 – Castel Bufone. Colombai d’età medievale atti a garantire la sopravvivenza ai rifugiati qui stanziati. (n. 16/b n.s.)

 

Non a caso nuclei avanzati come il Castello di San Vito, citato quale donazione nel regestum farfense dell’anno 1033, successivamente feudo degli Scotti, ancora oggi possente immagine medievale, svolgeva la sua funzione contro le razzie di predoni che risalendo il Tevere infestavano la sabina. Poco distante un altro esempio è rappresentato dal Castello di Guadamello (n. 22) ove alle torri medievali e alle guardiole d’angolo si sono affiancate, parte per trasformazioni settecentesche parte per sopraelevazioni precedenti di case-torri, le tradizionali palombare mutandone la funzione originale di guardia e difesa. A breve distanza in direzione nord un’altra torre e ancora a nord-est i resti di Castel Bufone (n. 16). Questo castello, nonostante la riduzione a rudere, è particolarmente attraente. É documentata la sua consistenza prima del 1139, anno in cui in una bolla di papa Innocenzo II viene riconfermato ai canonici della Cattedrale di Narni, con gli altri beni che possedevano compresa la chiesa di san Lorenzo di Castel Bufone. La sua torre che ancora svetta austera sulla sottostante valle del Nera, di fronte a San Liberato, misura in altezza circa 19 metri su una base di 6,40 x 5,60; all’intorno, dopo l’attuale disboscamento, sono emersi i resti del borgo, abbandonato definitivamente nel 1591 a seguito di una terribile carestia seguita dalla peste. Un insediamento felice per la strategica ubicazione di difesa dovuta su tre lati alla conformazione del profondo precipizio retrostante. Il sito ad un’indagine più accurata mostra consistenti i segni di precedenti e più spartani insediamenti umani; si tratta di un discreto numero di abitazioni rupestri altomedievali di norma bicamerali (n. 16/a) di particolare fascino, scavate nel banco di limo travertinoso appena al di sotto del pianoro, con prevalenza sul versante nord e nord-est, usate come rifugio di fortuna in periodi di pericolo come invasioni o scorrerie. Sul lato opposto, nord-ovest, in grosse nicchie poco profonde anche a causa di crolli, compaiono alcuni colombai (n.16/b) con cielo a mo’ di volta a botte, anch’essi medievali, atti ad allevare i piccioni da carne.

Il nome di questa torre, riportato anche come torre buffone nelle mappe, richiama alla mente il termine buffata, ossia soffio di vento, termine forse avvicinabile alla particolare esposizione della stessa torre al vento di scirocco o alle antiche segnalazioni ad intermittenza eseguite con il fumo. A queste torri appena indicate facevano capo altre torri oggi per lo più dirute, ridimensionate, trasformate in campanili come in santa Pudenziana o disperse nei boschi, quasi una ragnatela in continuo collegamento, a seconda delle mutevoli situazioni d’epoca e di necessità sul territorio e con la città come dimostrano la Rocca albornoziana, il Bastione, la torre degli Alberti abbattuta nel 1844, la torre di san Bernardo, quella all’angolo di Via Ferrucci e di altre parti erette in città sia per prestigio di famiglia sia per uso difensivo. Ed è innalzata, anche se non esclusivamente per uso difensivo, la torre sul ponte medioevale posto sul Nera, ponte di unione della città con la piana sottostante, unico collegamento dopo il definitivo abbandono del ponte di Augusto avvenuto intorno al XII secolo, anche per evitare la presenza di banditi e malandrini come è attestato dai documenti del 1581, anno in cui il papa ordinò di porvi guardie a custodia. Quello di Augusto è un ponte universalmente noto grazie alle rappresentazioni di artisti quali Agostino Martinelli (1675), l’inglese L. Merigot (1798), il francese Jean-Baptiste Corot (÷ 1848) oltre a P. L. Bartolucci ed un folto numero di anonimi incisori che hanno lasciato numerosi disegni ‘sette-ottocenteschi rappresentanti viste diurne e notturne dell’incantevole composizione di paesaggio e opere umane, moderne o in ruderi, sempre ben amalgamate.

Un’ampia serie di ponti dai più antichi, d’età romana, localizzati prevalentemente lungo la Via Flaminia, posti anche su fossi oggi di minore importanza, caratterizzano il paesaggio di chi percorre la campagna abbandonando le strade usuali, sino a ponti più recenti d’età medievale lungo torrenti secondari per strade interne.

Non vanno dimenticati in questa occasione alcuni capolavori di architettura stradale d’età romana quali ponte Fonnaia, a sud di Villa san Faustino e i resti di un altro su cui è fondata la chiesetta di san Giovanni de Butriis, presso Acquasparta che arricchiscono l’antica Via Flaminia nel tratto a monte del Comune di Narni.

Sono tutte opere strutturali di pregio architettonico e rilevante importanza funzionale ad iniziare da ponte Caldaro (n. 8), magnifica struttura a cinque fornici, la cui integra struttura bimillenaria fu minata nel 1944 dai soldati tedeschi durante la ritirata riportandone gravi danni prontamente riparati. La sua lunghezza è di mt. 74,32 la larghezza 7,90 la luce centrale di 9, quelle laterali di 5,50, mentre quella degli archi piccoli alle estremità è di 3,50 metri. Le imposte degli archi sono costituite da cornici fortemente aggettanti senza modanatura. Nei pressi di questo ponte si trovava anche un monumento funerario circolare, la cui iscrizione è conservata nel cortile del Palazzo Comunale.

 

30 – Via Flaminia: fornice terminale sud di ponte Caldaro nella sua solida ed elegante struttura ancora efficiente dopo due millenni di attività. (n. 8 n.s.)

 

A breve distanza, sul fosso Calamone s’incontra un altro ponte a due fornici, più avanti gli avanzi del maestoso ponte di Augusto di cui l’ing. Riccardi di Terni nel 1819 propose, al governo Pontificio, dopo accurato studio, il ripristino minacciando rovina l’adiacente ponte medievale. Ancora più a sud, sempre lungo la consolare, in località Le Grazie, fa bella mostra anche se schermata da immondizie, una imponente sostruzione romana a sostegno della strada. Quindi, poco prima di Vigne, s’incontra il ponte Sanguinaro ad un solo arco e pochi resti di antico, appena sedici filari di blocchi di tufo litoide, il suo particolare nome ha stimolato nel tempo curiosità favorendo la nascita di più ipotesi legate ad eventi bellici di dubbia età. In questo tratto della Flaminia, nel 1579 la strada che saliva per una selva, fu deviata e condotta per la cosiddetta "Pintura di Marco" sotto la contrada di Costa Romana e per la Madonna Scoperta, scendendo al ponte Picunino, prossimo a Testaccio, con migliori pendenze. Non vanno dimenticati tra Narni e sant’Urbano ponte Cardona in località il Montello e ponte Vecchio facenti parte del complesso e tortuoso sistema dell’importante acquedotto urbano della Formina, serpeggiante nella campagna ora in galleria ora in opere murarie per ben 15 chilometri. Su altro versante, lungo il collegamento viario per Ameria, poco dopo Podere Camartana, a sud della chiesa di san Silvestro, sul fosso Aia, già sant’Antonio, vi è un ponte, rimasto integro sino agli anni ’50, per il quale fu stabilito con apposito consiglio nel 1595, ratificando una precedente convenzione tra Narni ed Ameria, di fissarvi su detto ponte il confine tra le due città.

 

 

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L’opera è stata pubblicata grazie al contributo determinante della Ditta

Giovannini Marino & Geom. Stefano di Terni

 

 

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Edito dal

GRUPPO RICERCA FOTOGRAFICA

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Fotografie e Grafica

Arch. Franco Della Rosa

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Stampa: Tipolitografia Quatrini A. & F. s.n.c.

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I Edizione – settembre 2000

 

 

 

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