omaggio ad

Olimpiade Pernazza

il fotografo - il concittadino - l'amico

 

Palazzo Petrignani, 1 settembre 1976

 

Olimpiade è il bel nome di un Santo Martire amerino (1), e anche di un suo amico fotografo.

Per sessanta anni, dal 1920, gli abitanti di Ameria ebbero un ritrattista di famiglia in Olimpiade Pernazza (2) (1896-1981), nato e vissuto in questa cittadina umbra dalle mura ciclopiche ai confini con il Lazio. Disponibile per foto tessera, istantanee e cosi per ricordi di mascherate, fidanzamenti, scampagnate, comunioni e cresime. In formato cartolina vediamo il curato, fiero davanti all’oratorio che sovrasta le sue gallinelle bianco vestite in quella giornata felice.

 

        

                                                                       Iole Pernazza                                                                            Nepi e Gabriele Patacchia

 

            Poteva dirsi soprattutto il fotografo dei bambini, doveva avere una certa mano con le creature. Consentiva che restassero sul triciclo, seduti sorridenti sulla soglia di casa, su qualche poltrona troppo grande per loro, o magari agghindati come orsacchiotti, con i visetti sparuti, in broncio o illuminati da improvvisa allegria. Olimpiade se li lasciava muovere davanti in attesa di un buon momento. Paziente come uno zio, lui che non ebbe mai figli. Si doveva divertire quando glieli portavano in costume: contadinella, guappo, arlecchino. Compunti nei loro ruoli; e dal parallelismo di certe sequenze – due figurette campagnole, un trittico di carnevale – ne viene talvolta un andamento poetico, qualcosa che gli farà raggiungere il meglio nell’opera sua.

 

 

            Li seguiva poi negli anni questi bambini e damine. Tre fanciulle ora in età da marito sono accomodate nell’erba, una vicina all’altra in diagonale, con in mano mazzi di margherite appena colte e sullo sfondo gli olivi che sono l’oro di questa terra. Personaggi popolari, si, ma non più di tanto: nei bei volti si legge un’eleganza naturale. Una gita domenicale in barca nel Rio Grande ai piedi del colle su cui sorge Ameria è un’ora memorabile nella semplice vita della comunità. Più che un fotografo al lavoro si ha l’idea di un compagnone (3) chiamato a condividere con sua spontanea passione queste occasioni di festa.

 

       

               "Olimpiade alla Cavallerizza"                               Vittorio Bonelli ed Olompiade                                  Aspio Cardinaleschi                   

 

            Un suo giovane collega (4) del luogo, Franco Della Rosa, nel volume del 1989 edito dal Gruppo Ricerca Fotografica, “Ameria. Un secolo di storia allo specchio, 1860-1960”, dove sono pubblicate diverse inquadrature di Olimpiade, lo dice “l’ultimo fotografo di antica tradizione” (5). Ma egli non è stato un archeotipo, né ci pare il superstite di un’epoca distante: il suo non era un mondo sommerso, ma una realtà, piccola, limitata quando si vuole, ma che ne rispecchiava molte altre, la realtà di una comunità, un puntino vero e vivente sul globo terrestre.

            Suo maestro fu il “perfettissimo gentiluomo”, “valente artista” Sisinio Marini, scomparso nel 1938, patriarca della fotografia amerina (due medaglie d’oro alle Esposizioni industriali di Milano e Torino). Il capolavoro di Olimpiade è la semplicità. Semplicità combinata con il silenzio. Silenzio, l’aristocrazia del solitario. Ci affondi e trovi che ha profumo. Nessun raffinato accorgimento nelle sue immagini, se non l’avvertenza di inumidirsi le labbra prima dello scatto (6), e nemmeno particolare diligenza, artifici, trucchi di stampa.

            Un suo stimatore, Paolo Boccalini, colui che ci ha fatto conoscere il mondo sereno di Olimpiade (7) con la trepidazione che si ha per le cose segrete e amate, ci conduce in quella che per tutta la vita fu la sua bottega, in via della Repubblica numero 188: “la qualità delle sue foto non è eccezionale, questo perché egli non ha mai badato all’evoluzione tecnica; era rimasto, infatti, fino al termine della sua professione, con un’attrezzatura risalente a 40-50 anni prima. Mi ricordo, quando nel 1975 mi rivolsi a lui per una foto tessera, il suo studio composto da una vecchia sedia, un panno appeso alla parete come sfondo e la macchina campagnola senza l’otturatore, con semplice tappo per l’obbiettivo.” (8)

            Viene a mente lo studio bolognese di Morandi, in via Fondazza, disadorno come una cella, nobile soltanto per la traccia di una presenza d’arte. E anche la stanzetta Spotorno, con una seggiola impagliata e un tavolino, dove Camillo Sbarbaro raccoglieva tra i fogli i suoi licheni. Bastava la poesia come arredo.

            Diresti che il fotografo di Ameria, più che la selezione ha prediletto la ricerca di una certa uniformità, riuscendo quasi sempre a evitare il qualsiasi per una sua impronta fragrante: non ha fatto altro che raccogliere con pacata maestria un suggerimento del luogo, una sorta di colore naturale che spande dalle grandi pietre della città e dall’acropoli conquista la piana, scende al Tevere. Il “colore” è quel bianco e nero dove si prova, lo ricorda bene Marangoni (Come si guarda un quadro), “che per gli occhi, alla pari del colore, conta il valore di luce e ombra”.

 

   

                                                           Olimpiade

 

            Il paesaggio con alcune tenerezze di macchiatura, ordinato di campi e pure austero per via della sconfinatezza che alimenta un intimo senso di vastità e insieme di nullità delle misure umane, somiglia a tante pulite fotografie che Olimpiade ci ha fatto crescere dentro confermando che certa unità di spazio resiste nella qualificazione poetica: la donna sorridente, gonna lunga, tacchi alti, filo di perle al collo e acconciatura liscia, metà anni quaranta, in piedi accanto a un elce con la collina sul limitare, fa parte dell’ambiente docile, dà tranquillità all’insieme. L’uomo in spezzato chiaro, viso sereno, che tiene una mano sul collo del bracco accucciato sul muro, una ripresa del 1953, sulla cerchia alta (9), comunica una sensazione  di aereo infinito che si ha proprio dalle balconate di Ameria. L’impressione è che il fotografo cerchi di salvare dall’anonimato qualitativo le sue figure portandole in esterni (10).

 

Livia Squarcina

 

            Quel giovanotto, anni ’30, vestito della festa, con paglietta e bastoncino di bambù, in posa sul sentiero di campagna tra una siepe e un rialzo di terra, è invece lo stesso Olimpiade soddisfatto stavolta di essere lui il ritrattato (11).

            Figure nel panorama; hanno andamento armonico: è l’antica spontaneità della natura corretta dell’uomo senza alcuna forzatura, per proprio ornamento virile. Armonia asciutta, sobria com’è la bellezza di una fascina di grano ben legata, una pila di legno ordinata, un covone, una treccia di frutta. Quando nessuna insistenza, ma solo il lavoro comune, imparato con coscienza conferisce alle cose una rustica dignità, quel sapore di primizia e in definitiva di amore che mantengono unicamente le opere purificate da quanto si manifesta per rispetto di sapienza e umanità. Cioè con quel sinonimo della verità che si dice arte.

            La messa in prima pagina delle fotografie di Olimpiade non ha alcunché di originale, tantomeno di eccentrico. Ben piazzate le figure, al centro, con giusto spazio intorno, è dato al soggetto quel respiro che merita, secondo una regola di correttezza per cui la prestazione non poteva disilludere il committente nelle sue modeste, legittime esigenze. Se poi qualche volta il mestiere riusciva anche a snidare la poesia era un po’ per caso e un po’ per quel dono che gli spiriti semplici e dotati di nativa freschezza hanno in contropartita.

 

       

                                                                                             I coniugi Guerrini Maria e Patacchia Stefano         La moglie Assunta Fanelli con un'amica

 

            Nella conduzione del suo lavoro si sente il registro di un gusto comune alle nostre province, che si era formato combinando realtà locale e moralità borghese; e pure la cura che l’artigianato fotografo poneva per non sciupare materiale costoso. Risalta lo scrupolo di chi sapeva che con il fotogramma si consegnava anche una testimonianza, un ricordo, insomma, che in un tempo dove la fotografia sembrava ancora sortilegio, un miracolo tecnico, era un documento da conservare, da tramandare. Con tale attenzione ogni immagine era toccata, eseguita al meglio, composta per restare.

            La serietà non occasionale di Olimpiade risalta come una sorta di missione impegnativa quando con la campagnola sul trepiedi ferma gli aspetti della sua città. Via della Repubblica mentre sfila la banda comunale; Porta Leone IV con Via di Borgo Vecchio dove apprezzi la solida e articolata architettura contadina (12); Via Pereira gradinata per agevolare la salita degli animali (13); l’arco di Via Farrattini orlato di edera da cui si vede l’andamento embricato delle case; il Ponte Grande che s’impone, cupo, con gli alti fornici, invaso dalla piena, eppure in altra ripresa, padrone del bacino, a sbarramento dell’acqua forza motrice per il molino.

 

   

 

            Calma ed equilibrio di visione. Eppure avverti quale rapporto di unione esista tra l’uomo e il posto in cui dimora. Nessuna espressione struggente, nessuna enfasi romantica; ti conforta che egli risparmi anche il cuore. Ma basta quel velo, pioggia e vapori, che stralucida nella foto di Via Farrattini per dire dell’interesse con cui scruta le forme antiche, le pietre, le mura. E c’è, nel suo osservare, la quasi trepida premura di colui che non intende sovrapporsi alla realtà, ma la frequenta affabilmente, se ne pone al servizio.

            Forze è cosi che l’idea del luogo senza aggiunta di patine sentimentali, lasciata alla sua crescita di natura che completa le cose umane trasformandole a poco a poco con nuovi ritmi compatibili con la vita, trova in alcune istantanee di Olimpiade la dimensione alta del tempo: accordo significante e sincronico con gli individui. Nell’immagine, cioè, di un istante si coglie il tempo. Quello che ci appartiene in profondo, quello scandito da pochi fatti essenziali e memorabili.

 

Lisetta Settimi - c. 1935

 

            C’è una fotografia, ci pare, che, stando nella tradizione “critica del significato”, raccoglie ed esemplifica quanto andiamo dicendo. Una foto verticale, nella stampa originale alta 17,3 per 11,6 di base, la conosciamo da una copia virata in seppia e incollata a ornare un calendario del Gruppo Ricerca Fotografica. Fu scattata attorno al 1925 e raffigura una ragazzina mascherata da Pierrot; grandi occhi bistrati, finto neo sulla guancia, calottina nera, tulle al collo, corpetto di raso con i grossi bottoni scuri, e la gonnella a due teli sovrapposti che con infinita gentilezza viene allargata come in un inchino; il gesto è cortese, morbido, un perpetuo istante di grazia. Un invito a entrare in quella stanza con il vecchio impiancito in mezzine di cotto, la fascia di calce scura in basso al muro.

            Questa presenza giovane, senza altro concorso di oggetti, riempie di sé la scena; ci introduce alla cortesia del mondo, in modo non meno succitante di certi fotogrammi di Charlot. E qui comunque non c’è niente di voluto che non sia voluto dalla poesia.

 Luigi Cavallo

Da: Archeologia, n. 20, inserto centrale, II Sem. 1993.

Quando non si è del posto si riportano molte considerazioni ed affermazioni errate,

motivo di queste "annotazioni" successive dovute di Franco Della Rosa.


 


1 - Aspetto leggendario congiunto a quello di santa Firmina.

2 - In parte, nello stesso periodo operavano: Sisinio Marini e Dante Tinarelli.

3 - Olimpiade non era un "compagnone" ma una persona di particolare contegno, riservato e distinto e comunque sempre aperto con tutti, quale tipico rapporto locale oggi scomparso.

4 - Amico e cultore di fotografia sino a produrre con la propria macchina fotografica in oltre 40 anni un Archivio Fotografico dichiarato dal Ministero Bene di Particolare Interesse Storico.

5 - Inteso nell’uso di apparecchiature e tecniche di stampa, conoscendolo amichevolmente sin dall’infanzia.

6 - Accorgimento atto a migliorare la brillantezza.

7 - Olimpiade fu presentato a Paolo Boccalini da Franco Della Rosa.

8 - Vedi in questo stesso sito web, un esempio di sua fototessera, alla successiva voce UN FOTOGRAFO, anno 1972.

9 - Si tratta semplicemente del muro a bordo delle scalette del piazzale del Duomo, forse, mi dicono, ultimamente scomparso.

10 - L’usanza di Olimpiade o “Limpieri” era quella di “stazionare” presso i giardini pubblici o girare sempre con la “macchinetta” a tracolla e proporre qualche “istantanea”.

11 - Si tratta di una foto con il suo consueto abbigliamento. Povero, ma sempre “distinto”.

12 - Si tratta di architettura di varie epoche in forme esemplificate e materiali più poveri.

13 - Prima ancora degli abitanti.

 

        

11 agosto 1974                                                                                   1975

 

  

12 settembre 1976                                                                                                             24 aprile 1977

 

 

OLIMPIADE PERNAZZA

Nacque ad Ameria il 4 aprile 1896 dove svolse la sua attività di fotografo per molti decenni in Via della Repubblica n. 188. Il primo gennaio 1981 fonda insieme a Valeria Cerasi, Antonio Girotti, Franco Della Rosa e Paolo Boccalini, il Gruppo Ricerca Fotografica.

Il 18 febbraio 1981 moriva nell'Ospedale Civile della sua città.

 

IMPRESSIONI DI UNA MOSTRA

Dopo aver ricordato più volte il nostro amico Olimpiade Pernazza in rassegne e pubblicazioni, abbiamo organizzato, in una giusta sede, una mostra dedicata interamente ai lavori compiuti nella sua lunga attività di fotografo. Nella stanza, che ricorda vagamente il suo studio, compaiono numerose immagini, dalle quali traspare con immediatezza un'impostazione caratteriale basata sui valori semplici e spontanei che sempre, con infinita coerenza, hanno permeato tutti gli aspetti della sua vita, con lo straordinario risultato di trasmettere messaggi di una umanità captabile anche da chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente.

Olimpiade non è stato un fotografo di grido o accreditato presso famiglie illustri, come di sovente è accaduto ad altri suoi colleghi, per cui nelle foto troviamo personaggi comuni inseriti in spontanee scenografie, prive di altezzose ricerche stilistiche.

E', forse, la prima volta che vengono esposte in una mostra foto tessera, può sembrare insolito, ma è utile ed interessante esaminare questo materiale contenente diverse sfumature, che fanno ulteriormente comprendere il suo particolare spirito dotato di un'innata carica di sensibilità e di delicatezza, capace, addirittura, di infondere nel soggetto la propria valenza positiva. Rievocano, inoltre, con le varie acconciature ed espressioni, il rito che si compiva (fino a non molto tempo fa) quando occorreva un ritratto da apporre in un documento ufficiale.

.... Al fine di integrare una conoscenza del piccolo mondo di Olimpiade, abbiamo collocato nella mostra alcune fotografie di Franco Della Rosa, che restituiscono appieno l'atmosfera della sua abitazione, ridotta, praticamente, ad un monolocale dove il fotografo con la sua dignitosa discrezione e solitudine, affrontava le sue lunghe giornate in compagnia dell'affezionato gatto e dei ricordi affissi alle pareti.....

                                                                                        Paolo Boccalini (Archeologia, n. 9, mag. 1989)

 

 

 

6 novembre 1975 - con Rino Rinaldi (foto F.D.R.)

 

 

12 marzo 1976 - con Valeria Cerasi (foto F.D.R.)

 

dellarosa.f@gmail.com

www.grupporicercafotografica.it