" Emmeccì "

Maria Chierichini

 

 

 

Breve biografia

 

          Maria Chierichini nasce ad Amelia il 14 aprile 1920 nella casa paterna dove vive per tutta la vita e dove morirà. I genitori sono Leontino, commerciante al dettaglio, ma soprattutto studioso e cultore delle lettere, e Teresa Paolocci.

          Il padre ha frequentato il seminario vescovile di Amelia, sapeva parlare e scrivere in greco e latino, componeva in un italiano colto sia lettere commerciali che prose o poesie. Mentre la moglie, Teresa, era una popolana schietta, molto pratica e razionale, l’anima del negozio. Di Teresa sono rimasti famosi alcuni aneddoti di grande vivacità, ne ricordo uno a titolo di esempio: il fidanzamento con Leontino, negli anni intorno al 1910, si nutriva spesso di un rapporto epistolare. Lui scriveva a lei in forma letteraria, lei in modo molto semplice “fatto di parole e di qualche sentimento, più che di frasi vere e proprie”, fino al finale in cui lei aggirava con disinvoltura lo scoglio rappresentato dalla distribuzione della punteggiatura: lasciava in fondo allo scritto una riga di punti e virgole, da distribuire... a cura del destinatario.

          Da questo stravagante e complementare connubio di sapere e ignoranza, cultura e saggezza rurale, dottrina e razionalità nasce Maria. Intendo dire la personalità di Maria, somma dei caratteri parentali ed estimatrice in eguale misura di entrambi i genitori.

Questo amore per la schiettezza resta integro in lei che, lontana dal redarguire, ma vicina nel cercare di afferrare il vero valore dell’autenticità espressiva, ha fatto del dialetto uno dei suoi interessi prevalenti. Lo ha accettato integralmente, così come si accetta una eredità preziosa. Mai ha corretto le forme dialettali come parlare spontaneo del popolo, se non durante l’esercizio della sua professione di insegnante.

Maria ha lavorato in ogni ordine di scuola, cominciando da quella elementare rurale di Sant’ Angelo sotto i bombardamenti. Intanto studia, fino a conseguire la laurea in Materie letterarie e il diploma nella Vigilanza scolastica. É professoressa di lettere nella scuola media di Amelia mentre ricopre saltuariamente ruoli di supplente come direttrice scolastica. Oltre la professione c’è l’impegno politico nel dopoguerra, la militanza nell’azione cattolica dove svolge il ruolo di presidente diocesana, l’impegno nell’AIMC, l’associazione dei maestri cattolici, e nella Democrazia Cristiana.

Nel 1966 lascia il paese per svolgere in prima nomina il servizio di direttrice didattica in Calabria. Ultima tra gli ultimi perché single e naturalmente senza il punteggio del servizio militare, ha sospirato il trasferimento per quattro anni. In quel remoto pittoresco paese della Calabria ha saputo al fine cogliere, sotto la scorza dell’arretratezza e dell’isolamento, quel carattere forte e tragico, arrendevole e comico da farglielo in fine apprezzare. “Comunque non ti nascondo che avvicinandosi l’ora mi dispiace di andarmene da questo nero paese, fangoso e arretrato…” proprio come nel Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.

Poi è a Todi per un anno e finalmente nella bramata Amelia. Qui si prodiga e si batte ostinatamente ottenendo per la scuola nuovi locali, sistemazioni, sperimentazioni e ulteriori posti di lavoro, conferendole dignità, autorevolezza e stima oltre l’ambito locale. E ciò in un periodo delicato, in cui le riforme sociali e strutturali hanno inciso sulla stabilità dell’ordinamento, sui ruoli educativi, sull’arduo passaggio da un sistema rurale decentrato ad un sistema convergente e vario dove l’alfabetizzazione non era più l’unico scopo della scuola italiana. Tiene testa ai sindaci con perseveranza e determinazione. Mantiene relazioni sino ai più alti livelli istituzionali.

Dà tutte le sue energie alla scuola, sua passione e scopo di vita: è lei stessa la prima ad aggiornarsi e a fare parte della sua preparazione il corpo docente, così da innovare intimamente tutta la didattica del circolo. Prepara i futuri insegnanti a sostenere i concorsi di ammissione al ruolo. Quindi dà alla scuola un’impronta “sua” fortemente innovatrice perché basata sulla moderna pedagogia, ma ancorata a saldi principi formativi e morali che facevano parte della sua propria persona. E’ stata anche un’eccellente docente di filosofia, molti hanno fatto ricorso al suo sapere. Era una materia che lei prediligeva e che sapeva affrontare e spiegare con essenzialità, chiarezza lessicale e senso pratico.

Scrive per decenni sul settimanale regionale “La voce” curando la rubrica in dialetto amerino sotto lo pseudonimo di “Emmeccì”, antologia di scenette veraci, prevalentemente dialogate, di quell’umorismo schietto e sottile, tipicamente locale con un sereno moralismo di fondo, commenti didascalici ai fatti del paese e alle novità mondane. E’ così autrice del libro “Amerine loqui”, Nobili Terni 1984, raccolta dei pezzi in dialetto pubblicati dal periodico.

Opera nella scuola di Amelia per quindici anni, cioè fino a raggiungere i sessantacinque anni del pensionamento. Nei primi anni di riposo, privata del suo scopo di vita, Maria fatica a crearsi alternative interessanti. Forse incombe già l’ombra della malattia che la porterà alla morte facendole percorrere, ma a ritroso, le tappe evolutive di un bambino. Il “lungo addio” come viene chiamata, per lei lunghissimo, l’ha accompagnata sino alla morte, il quattro maggio 2010. Venti giorni dopo aver compiuto novanta anni.                         

          Mentre raccolgo notizie documenti e ricordi per ricostruire la biografia di Maria Chierichini, mi rendo conto quanto sia stata una donna del suo tempo, e mi raggiungono le parole della Fattorini: una donna cattolica nel periodo in cui la laicità era sinonimo di impegno. La sua vita è stata un esempio di coerenza profonda tra l’essere donna, l’essere cattolica, l’essere pubblica amministratrice. Senza entrare in contraddizione, questi tre aspetti si sono naturalmente innestati sulla forte matrice del cristianesimo vissuto nella famiglia e cresciuto nella società e nell’associazionismo. Lei è stata, sempre, protagonista. Non ha vissuto da gregaria, ma ha portato in ogni ambito frequentato, il suo personale contributo, nel segno di una vera partecipazione. Ciò che poteva avvenire solo con grande personalità. Una persona forte, ma forte perché convinta, preparata, ricca, motivata, che ha potuto ottenere grazie alla tenacia della perseveranza.

Adesso Amelia le tributa la titolazione della scuola primaria a tempo pieno quale riconoscimento per essersi adoperata con ogni mezzo e su ogni fronte, istituzionale, locale, educativo, ad ottenere ciò che la sua volontà ha perseguito. Quando la scuola lavorava ancora con il patronato scolastico e la refezione per le scuole di campagna, appariva un lusso aprire una mensa nel centro del paese, ma oggi è l’offerta più affidabile e preziosa per le famiglie che lavorano. Ha fatto della scuola un esempio di sperimentazione non solo di tempi lunghi, ma di una didattica distesa e innovativa, che la qualificasse anche come modo diverso di operare e di accogliere il disagio e la disabilità. Con lo stesso spirito ha portato l’innovazione in ogni tipo di scuola da lei diretta, dal plesso centrale alle scuole rurali, così da conferire a ciascun  insegnante nuova motivazione ad operare.  

La sua generazione, la stessa di Papa Woityla, ha attraversato il centro del secolo ventesimo: iniziato con la celebrazione del ruolo femminile materno e snodatosi verso la riconsiderazione della donna non sposata e l’attribuzione di un suo preciso scopo sociale e personale. Così Maria ha realmente fatto dei principi “fondamentali spirituali ed etici evangelici il suo dovere cristiano, cioè il dover intervenire in quanto cristiani”.

          É nata quando alle donne era affidato un ruolo privato, mentre gli uomini agivano nel pubblico, nel campo politico, negli incarichi istituzionali. Fuori di questa sfera decisionale restavano, immutati, i compiti femminili: la continuità della specie, l’armonia degli affetti, la saldezza familiare, i “non eventi” perché legati al ciclo della vita (Fattorini).

Maria ha spezzato questo equilibrio, si è resa protagonista della emancipazione femminile: studia, viaggia per lavorare e studiare, fonda l’associazionismo cattolico locale e raggiunge un ruolo dirigenziale in ambito pubblico e istituzionale. Cominciando in una Calabria remota dove sopravvivevano usanze di soggezione e sudditanza della donna rispetto all’uomo. Rinnova questo ruolo, maturato dall’esperienza, nel suo paese con tenacia e lungimiranza, rendendosi autorevole attraverso il servizio reso alla scuola. E nonostante la presenza che la funzione richiedeva, non rinuncia alla profonda comprensione degli altri. Chi ha lavorato con lei, sia come collega che come subordinato, la ricorda attenta e comprensiva.

Maria non è scesa nel basso delle provocazioni, dei pettegolezzi o dei rancori, pur lavorando e vivendo nello stesso luogo di nascita. Si è mantenuta in una posizione alta, distaccata, ma limpida che, oltre che di religiosità, si è nutrita del rigore morale sostenuto da un temperamento determinato e dalla vivace intraprendenza.

          Attraverso i contatti epistolari, i viaggi, le presenze nei luoghi d’incontro pubblico, nelle città, nei convegni, nei seminari, nei luoghi di formazione, ha varcato i confini locali. Così la sua opera si innesta pienamente nelle radici dell’associazionismo cattolico del secolo scorso, mai vissuto solo come fatto personale, ma con intento pubblico di ricaduta sociale.

          La solida formazione da cui è partita, la cultura, l’intelletto sempre attivo e lungimirante sono le stesse matrici dell’associazionismo cattolico femminile attivo dai primissimi anni del ‘900. Ancora più attivo ed incisivo nel secondo dopoguerra per l’affermazione e l’emancipazione della donna e attraverso essa, secondo le fondanti intuizioni di Radini Tedeschi, della società intera.

La persona stessa è educativa, cioè un’educatrice coerente, esempio di vita e  di comportamento, figura di un’autorevolezza conquistata non solo attraverso il ruolo nella scuola, ma anche con la alta moralità e integra fermezza.

Dopo il pensionamento, inizia un periodo riflessivo e distaccato, pensa e riflette su se stessa, la sua vita, il suo impegno, il suo lavoro. Mai lo aveva fatto, almeno negli scritti. Come un testamento. Ne escono pagine di soddisfazione per il percorso effettuato, per i risultati ottenuti, per l’autorevolezza conquistata, ma soprattutto, guardandosi indietro, vede la grande coerenza, la convinzione mai tradita dell’onestà, della rettitudine, del credere e del perseverare nel proprio intento di educatrice. Proprio lei, che ha scelto il nubilato. Un monolite la sua figura, che pure avrà vacillato, ma si è sempre riconfermata più forte e attuale di prima. Solo le sue stesse parole possono chiarire il pensiero… Il principio fondamentale che mi ha mosso è stato l’amore al mio paese diffondendo nel contempo gli ideai cristiani che sono stati il fulcro del mio dire e del mio fare.

          Penso di aver promosso cultura secondo una concezione ancora classica, dove cultura equivaleva a civiltà, cioè pienezza di valori umani, sociali, storici, metastorici…

…quello che ho curato maggiormente è stato sempre la cultura del carattere. É una parte non conosciuta al pubblico, perché più curata in privato, perfino per corrispondenza, ma è quella più gratificante e più rispondente alla mia vocazione di educatrice: formare l’uomo nella sua personalità per i compiti della socialità.

          Come persona l’uomo, ogni uomo, è un valore per se stesso: essere sociale sì, ma non è solo sociale; lavoratore, non è solo lavoratore, se non sarà prima uomo, consapevole di ciò che fa e del perché fa. La stessa socialità che esige spirito di disciplina, di sacrificio, di dedizione, di autodominio richiede necessariamente una formazione del carattere, ossia della personalità umana, che oggi purtroppo è tanto carente...La mia vera educazione sociale si è appoggiata sempre sulla mia organizzazione interiore, che mi sembra formi la vera concezione democratica della vita: rispetto dell’individuo e ideale sociale congiunti tra loro.

Si guarda indietro e trova la propria persona integra: parla di cultura, non di formazione, di cultura del carattere. Solo chi è formato solidamente può affrontare le novità, le sperimentazioni, le iniziative lungimiranti.  Di questo forte spirito intimamente unito al suo valore di persona, del quale ha improntato la scuola da lei diretta, penso che possiamo esserle grati. La schiettezza con la quale, usando il dialetto, ha spesso concluso i suoi interventi, aggiungeva quel tono ironico che tanto affascina e rende anche i discorsi più energici e filosofici, leggeri e arguti allo stesso tempo.  

                   Valeria Cerasi

 

          

           

                       

         

Disegno "sanguigna" del Pittore Severino Della Rosa

Fotografie della raccolta di Maria Chierichini

 

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Qui accanto può essere scaricato in formato PDF il libro "Amerine loqui"  >>>>>  

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