© Franco Della Rosa

 

TUTTI I DIRITTI DI RIPRODUZIONE SONO RISERVATI ALL’AUTORE

 

*

 

1 - in copertina: particolare delle mura poligonali di Guardea poste sul confine sud.

 

 

 

Al tempo felice degli anni passati.

 

In memoria di

Amintore e Maria Testarella

“sacrestani e campanari

perfetti”

 

 

2-3.     3 lug.1976 - 1970 c.

 

 

e, oltre ai miei fratelli, genitori e nonni

 

Severino e Carla;

Sante e Luigina;

Aurelio e Guendalina;

Reginaldo e Alessandra,

 

Ai vicini, “custodi” e amici della mia infanzia:

 

Adelaide - Mario e Assunta - Gianpiero Massimo Marco - Gigi; Adelaide - Aquilino; Adelmo e

Venturina - Bruno e Liana - Alberto Gabriele Tiziana - Umbro; Alcide; Amedeo e Ferrera - Vittoria Floriana Massimo; Amintore e Maria; Andrea e Lina - Fiorella Gianpiero Laura Annarita Piero Maurizio; Angelino e Albertina; Antonia - Bruno e Anna - Antonella Cristina - Ivo; Antonio e Luigina - Aldo Adriano; Antonio e Marisa - Mauro Stefania; Antonio e Daria - Bruno Annarita Alvaro; Assunta; Assuntella; Augusto e Ferrina - Claudio Mariapia Lorena; Augusto e Paola - Luciana Giovanna; Armando e Rita  - Luciana Gabriella Laura;  Carlo e Luigina - Paolo Paola Patrizia; suor Colombina Ernestina Fiorenza; don Danilo - Iole Varna; David  - Vittorio; Delfino e Italia - Floriano Ivano Carla; Domenico; Egisto e Rita - Eraldo Paolo; Duilio e Rosa; Emore e Assunta; Enio e Clorinda - Loredana Enrico; Felice e Renata - Silvano Silvana; Ferruccio e Ines - Laura Sandro; Ferruccio e Liliana - Giancarlo Mariarita; Francesco e Gabriella - Ettore Roberto; Francesco - Luigi e Pia; Gina; Gina  - Enzo e Lidia - Anna; Giovanni e Attea - Paolo; Giovanni e Franca - Annalisa Marco; Pietro e Ada ; Giulia; Giulio e Clelia; Giuseppe - Americo e Diana - Paolo; Giuseppe e Gina; Guido - Marcello e Clara - Carlo; Guido e Orietta - Mario; Guido e Ada - Giorgio Chiara; Ida Adriana Maggiolina; Lamberto Lina Leonello; Licandra - Mario; Livio e Lilia - Floriano  Mariella Luciano; Lisetta; Luigi e Leda -  Sergio Fabio Sandra; Luigina; Mila - Carlo Francesca; Mario e Maria - Natalia Alessandro Roberto; Mario e Maria - Patrizia Tiziana; Nello e Dina - Pietro; Maria Iva; Olimpiade e Rosina; don Panfilo - Luigi e Clelia; Pasquale e Paolina - Alvaro Mara; Pietro e Peppa - Francesco; Pietro e Palmira - Novelio e Marcella - Maurizio Gaetana Aldo Augusto; Raniero e Trieste; Renzo e Castorina - Giuseppe Maria Firmina Gabriella Fernanda Paolo; Rita - Franco; Sante e Maria - Francesco Angelo Simona Antonella Claudio Sergio Ammamaria; don Settimio - Amalia; Vincenzo e Silvia - Laura;

Tonino e Rita - Mario Armando Mara; Vincenzo e Maria - Loretta Ugo; Virgilio e Olimpia;

 

e agli altri mille, un po’ più “lontani”

compreso don Mario, il vescovo Lojali e tanti seminaristi

 di cui ho buon ricordo.

  *

Introduzione

       Gli studi per conoscere l’origine della muratura “poligonale” ed i popoli che la hanno ideata, la presenza in Italia di tale tecnica costruttiva che nell’identica impostazione tipologica spinge a pensare ad un unico “costruttore nazionale” o ad un rapporto stretto tra varie comunità, il disegno più “evoluto” di queste opere che si ritrova successivamente pure nelle strade lastricate, appassionano archeologi di vari paesi da quasi due secoli.

       Murature a volte rintracciabili libere in ambito rurale ma più spesso soffocate dalle inutili espansioni edilizie degli ultimi cinquant’anni, il cui danno d’immagine nei “confini persi” si deve ai così detti  “tecnici”, una calamità superiore a quella degli eventi bellici.

       Momenti di sintesi su tale problematica sono stati il 1° ed il 2° Seminario Internazionale di Studi sulle Mura Poligonali tenuti ad Alatri nel 1988 e ‘89 che hanno contribuito notevolmente ad allargare le conoscenze temporali e geografiche del fenomeno “poligonale” non solo nazionale o mediterraneo ma in varie parti del mondo rappresentando nel contempo differenti fasi nell’evoluzione costruttiva dei diversi popoli.

       Dai più conosciuti approfondimenti e confronti fra storici europei, quali il Gerhard, il Dodwell, il Petit-Radel, il Promis ed il Lugli, circoscritti per lungo tempo in prevalenza all’Italia con riferimenti alla vicina Grecia, si è passati a recepire oltre alle esperienze italiane quelle riportate da vari studiosi provenienti da altri continenti in rappresentanza di nazioni come il Perù, l’Equador, il Cile, il Messico, la Bolivia, l’Egitto nonché la vicina Grecia.

       Non vanno con ciò dimenticate in ambito locale umbro le trattazioni enfatiche degli eruditi quali il Girotti (1864), il Bolli (1912), il Rosa (1916), il Cansacchi (1938) ed altri provocate più dalla imponenza delle murature studiate che dalla loro importanza storica, costruttiva, difensiva ed urbanistica.

 Con l’occasione un particolare ringraziamento va al Sig. Marcello Perelli per il materiale storico-archivistico messo a disposizione.

 

L'opera poligonale

 

            Sin dal 1792 il Petit Radel[1], viaggiatore in Italia e relatore dell’Istituto di Francia, visitatore di vari centri antichi, fu il primo propositore della innovativa denominazione costruttiva di tale tecnica con la definizione di opere “poligonie irregolari” (1801), termine proposto a sostituire quello di “mura ciclopiche introdotto in Italia dal Dodwell[2]. La consuetudine dell’epoca volle però che tale tipo di muratura conservasse ancora a lungo la tradizionale definizione per le opposte osservazioni ricevute dall’Accademia di Belle Arti «sia perché E.Q.Visconti fece osservare che il termine “ciclopico”, risalente in fin dei conti a Pausania, era talmente radicato nell’uso dei dotti da non potersi pretendere di cambiarlo»[3]. Il dibattito restò acceso finché fu in vita il Petit Radel[4], alimentato anche da un suo scritto del 1836 pubblicato postumo nel 1841, e dal Dodwell[5] con l’opera prettamente grafica riferita all’Italia ed alla Grecia, oltre ad altri studiosi, ribadendo che tali opere non erano caratteristica di un solo popolo e limitate ad una sola epoca[6]. Nel 1887 il punto sulla situazione, rimasta ferma per un quarantennio, fu fatto dal Fonteanive[7] rilevando che “piuttosto che di epoche è meglio parlare di forme e maniere distinte, una successione per età essendo cosa molto incerta”, d’altro canto è proprio l’ampiezza temporale del suo utilizzo a creare le maggiori difficoltà di datazione.

Ma con lo scavo archeologico sostenuto dal Gamurrini[8], Pigorini[9], Reinach[10], De Cara e dal Giovenale[11] si apre la strada alla datazione più corretta degli insediamenti poligonali anche se bisognerà aspettare ancora sino al 1901 con lo scavo archeologico del sito di Norba, in quanto il luogo secondo la tradizione antica era considerato della città “ciclopica” per eccellenza visto che non fu più riabitato dalla distruzione avvenuta in età sillana.

 

4-5.  Alatri: cinta muraria e porta dei falli.

 

                Dagli scavi di Norba uscirono però dati sconvolgenti per le precedenti convinzioni da tempo consolidate in quanto la maggiore frequentazione del sito e quindi l’epoca della sua fondazione fu circoscritta al IV sec. a.C. con qualche sporadica testimonianza del VI sec., dati ritenuti però insufficienti perché circoscritti ad un solo scavo.

L’Ashby nel 1905 studia le costruzioni megalitiche del Circeo al confronto con i dati di Norba ed ellenici e conferma datazioni comprese tra il VII sec. a.C. ed il III sec. introducendo nella terminologia in parte la definizione di “poligonale” ove la forma è chiaramente manifesta e “ciclopico” quando i blocchi sono particolarmente irregolari. Altri scavi proseguono nell’area sannita con il Colonna e lungo l’appennino centro-meridionale con nuove indagini e conferme d’età.

L’interesse per tali opere murarie e per il loro specifico uso iniziò in breve a differenziarsi attraverso gli studi di vari nuovi autori tra cui il Lugli che nel 1926 nel primo volume della “Forma Italiae”, per l’area Anxur-Terracina, classificava sostruzioni di ville romane tardo repubblicane numerosi siti rurali con presenza di strutture poligonali.

 

6-7.  Micene: ingresso ovest denominato “Porta dei Leoni” e “posterla”.

 

                Nel 1946 gli scavi inglesi di Cosa portano nuova luce nello studio delle murature poligonali così come farà ancora il Lugli, in campo editoriale, con la poderosa opera  “La tecnica edilizia dei Romani” (1957) opera ancora oggi degna di rispetto.

D’altronde la rilevante presenza di recinti poligonali non è stata a tutt’oggi studiata sistematicamente, basti pensare all’area Marso-equa che in appena km. 30x30 conta circa novanta insediamenti[12] suddivisi in cinque tipologie e si guardi al materiale costruttivo, generalmente del posto, ma con ampia prevalenza di calcare salvo le rare eccezioni esistenti in Tuscolo e nella Valle Empolitana ove compare il tufo.

Contributi più recenti sono quelli di La Regina[13] su Peltuinum (1964-86), dall’Adamesteanu[14] con l’ausilio fondamentale della ripresa aereofotografia sul territorio della Basilicata (1970), di Giannetti[15] (1973), Pellegrino (1977), Beranger (1977), Strazzulla (1979), De Benedittis (1974-77-80) ed altri.

 

8-9.    Cori e Ferentino (Porta Sanguinaria).

  

                Di pari importanza sono le indagini in ambito nazionale che vanno dai siti toscani addirittura a quelli altoatesini.

Ultimi in ordine cronologico sono gli studi del Quilici[16] e Quilici Gigli (1987) sui terrazzi megalitici di Monte Carbolino, quelli dello scrivente[17] sulla regimazione idraulica del territorio di Guardea e Lugnano in Teverina e Giove (1989) e simili di incentivazione agraria, ancora del Quilici[18], nella Valle delle Fontanelle in prossimità della Via Salaria in un fundus richiamato già da Varrone (1995) oltre alle note attinenti in urbanistica antica della Maraldi[19] (1997).

           

 

10.  Perù: Ollantaytambo (Km. 75 a n-e di Cuzco). Particolare dei “nodi”.

 

Perché poligonale

 

            Assai significativa è la sperimentazione effettuata dal prof. Mario Pincherle[20] su due modelli di mura, uno a pietre squadrate poste in filari orizzontali ordinati e l’altro a pietre di forma poligonale disposte come le antiche ad incastro disordinato.

            Oggetto della prova fu la verifica di resistenza della struttura all’effetto simulato di un terremoto dopo aver posto i due modelli su di un piano “scuotitore” elettromagnetico. Con il graduale aumento delle sollecitazioni il primo muro, come riferisce il professore, crollò miseramente mentre il secondo rimase intatto dimostrando un’alta resistenza. L’osservazione portò anche a dimostrare che la pezzatura dei blocchi più grandi e quindi pesanti, posti in alto (ma non sempre), fu determinante per la stabilità del muro e ciò per un motivo definito dalla Scienza delle Costruzioni sotto le “leggi” della iperstaticità e pre-compressione. Il fatto, per facilitarne la comprensione, può essere esemplificato con un banale esempio. Il muro a blocchi squadrati si comporta come una sedia a tre gambe che crolla appena se ne perde una mentre il muro poligonale rappresenta una strana sedia a molte gambe che resiste fintanto ne conserva almeno tre sempre che non esista malta di legatura e i blocchi restino indipendenti tra di loro.         

            Sulla forma di poligono irregolare di tali mura non esistono risposte certe, alcuni azzardano l’ipotesi di riscontrare nell’esecuzione la disponibilità di un eccesso di manodopera, personalmente ritengo che ciò dipenda semplicemente dalla maggiore facilità di sagomare una pietra “rotondeggiante”, disponibile in natura o distaccata in cava, nella forma più semplice che è il poligono; pari soluzione anche se per uso assai diverso è presente peraltro, come già ricordato, nei basolati stradali d’età romana.

 

 

 Tecnica di taglio, trasporto, montaggio e datazione

 

            L’individuazione del materiale, la lavorazione ed il trasporto a dimora dei blocchi poligonali è un aspetto della costruzione delle mura assai particolare. Non conosciamo per il nostro ambito nazionale fonti documentarie al riguardo. Per ciò sono di particolare aiuto gli studi condotti negli ultimi trent’anni sulle mura incaiche per la particolare affinità formale e costruttiva con le nostre murature.

Il prof. Duccio Bonaria[21], studioso peruviano della materia, ricorda che nel 1533 Pedro Rancho de la Hoz che partecipò alla conquista  del Cuzco, in Perù, restò sbalordito di fronte alle opere difensive scoperte in quel frangente e che la stessa meraviglia fu manifestata ripetutamente sino in tempi recenti nell’osservare la superbia delle mura di Tiahuanaco, Hatunrumiyoc (Palazzo di Inca Roca), Sacsahuaman, Machu Pichu, Ollantaytambotanto, Chincheros, Vilcashuaman e Tambomachay tanto da affermare e descrivere “… pietre tagliate con maestria ed unite tra loro con tale precisione che non sono inferiori a nessuna struttura di Grecia o di Roma …”[22]. È noto, in base a dati storici certi[23], che il Cuzco, fu opera di Pachacuti, il nono Inca che assunse il potere nel 1438 e lo lasciò a suo figlio Topa Inca nel 1471[24].

            Della legatura tra un blocco e l’altro, oltre l’estrema precisione del taglio che fece coniare il detto di non potervi infilare fra loro nemmeno un ago, si riscontrano una specie di cunei di pietra che servono per assestare i blocchi e posti nelle parti laterali di forme diverse per dare una forma di continuità al muro[25]. Dall’epoca di Pachacuti non fu più usata malta e soltanto in fase di posa veniva steso un leggero strato di argilla che serviva da mordente e lubrificante[26].

            Per definire la datazione sappiamo che tutto l’ambito del Cuzco fu edificato da Pachacuti poco dopo il 1440 e perciò tutte le rovine oggi esistenti rappresentano gli stili costruttivi (poligonale, regolare e cellulare) degli ultimi 90 anni dell’Impero degli Incas. È noto[27] invece che il palazzo Coricancha, sempre attribuito a Pachacuti, che contempla anche sottili lamine d’argento fra i blocchi, fu terminato ad avvenuta occupazione spagnola intorno al 1550.

 

11-12.  Perù: Machu Pichu, tratto di mura poligonali e tratto in pietre naturali

(possibile ispirazione della nuova tecnica). Porta trapezoidale.

 

            La pietra più usata nel Cuzco è il calcare che non è molto duro, pietra ricorrente nel nostro ambito, cavato spesso a distanze tra i 4 e 35 Km. dal luogo dell’uso, superando spesso forti dislivelli. Le cave di Kachiqhata e Rumiqolqa[28] conservano ancora una 80 e l’altra 250 blocchi tagliati, nel primo caso superficialmente e nel secondo quasi finiti su alcuni lati, oltre ad altri 4 abbandonati sulle rampe. Il posto conserva tutt’oggi molti utensili tra cui martelli di quarzite e calcedonia mentre si sospetta se per separare i blocchi si fece uso di sbarrette di bronzo e bastoni o biette di legno che venivano dilatate con l’acqua, dagli studi risulta pure l’uso di scalpelli di bronzo di varie forme e che il lavoro non fu né tanto lento né tanto laborioso[29]. A tale riguardo una tra le varie prove di taglio effettuate sul posto portò a lavorare tre facce e tagliare cinque bordi nel tempo di 90 minuti.

            La tecnica di trasporto e collocazione è ben descritta in due testimonianze d’epoca e credo non possa essere stata dissimile da quella usata nel bacino del mediterraneo. “Quando questi indigeni facevano qualche edificio sontuoso e superbo, o qualche fortezza, per mettere una pietra sopra l’altra, prima la lavoravano, e prima di mettere su la pietra accumulavano molta terra vicino alla prima pietra già collocata, fino a che le altezze si uguagliassero. E poi mettevano pali e grossi, di pino [nota: qui si vede l’influenza europea, giacché questa pianta non esiste nelle Ande Centrali], sopra la terra battuta, e per di li portavano su l’altra a forza di braccia. E in questa maniera, quando era sopra, si univa molto bene con l’altra. E tanto quanto cresceva l’edificio, tanta terra buttavano alla base delle pietre già collocate, molto ben calpestata e pigiata, e mettevano altri pali più lunghi e cosi portavano su altre, che erano molto grandi in eccesso, e dopo aver fatto questo levavano i pali e tutta la terra e così si vedeva fatta la parete a secco.”[30]

Ancora più interessante è la seguente testimonianza diretta nella costruzione della cattedrale “Portavanle [le pietre] fin dove era necessario, trascinandole, e siccome non avevano gru, ruote ed artifizio, facevano un terrapieno scarpato attaccato alla fabbrica, e su questo le portavano su rotolandole, e quando l’edificio cresceva, alzavano sempre di più il terrapieno, io l’ho visto usare per la cattedrale del Cuzco che si stava edificando … e loro fanno per portar su le pietre questi terrapieni, accumulando terra alla parete fino ad arrivare alla stessa altezza”[31].

            Non va con ciò dimenticata l’entità dell’impegno umano necessario a tali operazioni che, sviluppando in media una forza di 50 kg., per i blocchi più grandi porta a stabilire quale poteva essere il numero degli addetti[32]. Ma ciò non può considerarsi una risposta definitiva perché troppi nodi vanno ancora sciolti: le rampe incaiche hanno una larghezza di 6-8 metri come potevano muoversi 2000 o più uomini nel tirare o spingere i blocchi[33]? Come veniva ordinata tale moltitudine? Come si legavano i blocchi e venivano fatti rotolare? Ciò che è certo che si trattava di una cultura molto distante dalla nostra ma per questo non meno evoluta.

            Di fatto la costruzione di opere poligonali in epoca tanto recente seppure in un ambito geografico a noi distante, certamente legato ad un momento temporale dell’evoluzione del popolo Incas, sta a dimostrare sicuramente affinità di tecniche con le nostre ormai ignote.

 

13-14.  Perù: Hatunrumiyoc, Cuzco, esempi più belli di mura poligonali

(a dx. particolare della famosa “pietra a dodici angoli”).

 

 

 Mura poligonali nella bassa Umbria

 

                Le murature in opera poligonale nella bassa Umbria da oltre una dozzina d’anni non sono più documentate esclusivamente dai due recinti di fortificazione dell’antica Ameria, quelli dell’abitato di Cesi e dell’oppidum di san Erasmo di Cesi, più a nord da porzioni di mura a Todi e Spoleto tracce a Narni ma da notevoli ed importanti resti recentemente rinvenuti nel comune di Guardea, Lugnano in Teverina, Porchiano e Giove.

Tra i rinvenimenti più recenti[34] vi sono ben cinque nuovi tratti indipendenti in area agricola che vanno ad arricchire la conoscenza sull’uso di questa tecnica edilizia in “opus antiquum” ed ampliare la tipologia delle destinazioni, come appresso vedremo.

Si può senza dubbio affermare che le attuali necessità di regimazione idraulica del territorio in esame erano una esigenza sentita anche prima della romanizzazione.

Confortano questa tesi le indagini preliminari per la redazione del Piano Urbanistico Territoriale della Regione approvato nel dicembre 1983 e gli studi pubblicati in “Umbria Economica”, condotti sull’analisi ambientale del comprensorio, del luglio-settembre 1984, nei quali sono evidenziati per quest’area caratteri geomorfologici di dissesto idrogeologico, presente con frane, erosione del suolo, alluvionamenti, giustificati dalla presenza di un terreno calanchivo con forte acclività (superiore al 50%), ramificato reticolo idrografico, bassa permeabilità delle rocce con presenza di sorgenti in prossimità del fondovalle, propensione al dissesto medio‑alta con numerose frane in atto ed un’agricoltura circoscritta alla coltivazione di seminativi e alla valorizzazione della vite; compare anche il prato e l’incolto, in quest’ultimo prevale la ginestra, lungo i fossi la quercia e il cerro.

 

15.  Guardea: particolare della porzione centrale del I sbarramento.

 

                Le carte pedologiche, elaborate nel corso degli anni ’80 del secolo scorso[35], evidenziano “Regosuoli argillosi” di tipo pliocenico.

Il motivo di questa premessa e del suo contenuto è dovuto alla necessità di formulare con riscontri reali l’ipotesi nuova, ma ben documentabile, dell’uso dell’opera poligonale, per opere idrauliche di sbarramento al pari delle attuali dighe.

 

16.  Guardea: vista d’insieme del II sbarramento.

17.  Insediamenti in opera poligonale nella bassa Umbria.

 

 

Le mura poligonali nel comune di Guardea

 

                Queste sono comprese nella fascia di terra delimitata dalla S.S. 205 ‑ Km 28/32 e l’Oasi faunistica del bacino del fiume Tevere tra i comuni di Guardea e Alviano. Più precisamente lungo il Fosso Marrutana, a SO dell’abitato di Guardea, in Loc. “I Fossi”, superati l’ex complesso di s. Angelo e la Pieve, lasciando la Strada Comunale della Fontana che si biforca in quella vicinale di san Silvestro e, 60 mt. prima con quella dei Fossi s’incontra, a m. 200 dall’incrocio, sul lato sinistro per che scende, a quota 160 m.s.l.m., il primo tratto di mura ridotto ormai a tracce discontinue riconducibili per circa due terzi ad unico intervento. Il tratto è rilevato per una lunghezza di m. 45,15 di cui una porzione di m. 9,55 completamente ricostruita con pietre minute frammiste di rari blocchi e con funzione di muro di sostegno del terrapieno; una porzione intermedia di m. 24,30 ove, nonostante il grave deterioramento, è maggiormente visibile la presenza di grossi massi disposti prevalentemente a formare filari anche con tecnica d’incastro del tipo poligonale; una terza porzione di m. 9,30 + 2,00 (alveo), ormai completamente abbattuta, culminante con l’alveo del Fosso Marrutana. Sul lato opposto di modesta ampiezza e affiancato da un ripido pendio, nessuna traccia. É bene evidenziare che appena a monte dell’originario sbarramento il Fosso riceveva le acque di un altro torrente di maggiore “sezione” desumibile oggi dalle mappe del Catasto Gregoriano (1819‑1835).

Lo spessore delle mura riconducibile al solo paramento esterno è di cm. 60÷80.

Non si riscontra all’intorno materiale ceramico.

Cinquecento metri più a valle s’incontra il secondo sbarramento, 140 m.s.l.m., di notevole dimensione e imponenza. Questo è diviso in due tronchi separati dal Fosso e con pianta ad “S” molto schiacciata. Lo sviluppo totale raggiunge m. 84,70, mentre lo spessore prevalente è di m. 3,20, con la sporgenza dovuta a due gradoni di cm. 25 e cm. 70 supera i quattro metri. L’altezza massima fuori terra è di m. 4,70, non è possibile documentare l’interramento stimabile in cm. 70÷80.

La muratura è prevalentemente a filari orizzontali con piani d’imposta dei gradoni a quota corrispondente sui due versanti del Fosso. Questa appare molto compatta e ben legata con discreta tendenza al poligonale. L’ampia porzione orientale è in ottimo stato di conservazione statica.

Nemmeno in questo ambito, circondato da terreni arati, si rintraccia la presenza di materiale ceramico.

L’ubicazione dello sbarramento, in un tratto ove la valle si restringe e raccoglie la confluenza di un nuovo torrente era chiaramente un ambito da preferire. É da notare scendendo verso il piano che accanto a calanchi di tipo attivo ne troviamo altri di forme senili ove si è insediata una vegetazione arbustiva atta a rallentare il fenomeno erosivo del terreno.

Scendendo ancora di altri cinquecento metri s’incontra sullo stesso Fosso il terzo sbarramento, quota 120 m.s.l.m., sviluppo m. 24,30 a cui va aggiunto ad Ovest un tratto spianato di m. 9,00 oltre a m. 4,50 di strada rurale, di recente ripristino, m. 1,50 di cunetta erbata e il Fosso per m. 4,00 con un incavo di circa m. 3,00.

La pendenza dei 15,00 m. aggiunti è appena di cm. 50. Va inoltre presupposto un conseguente tratto oltre il Fosso in direzione Ovest, allo stato attuale non documentabile. Siamo in prossimità del Colle san Silvestro, luogo ove, fu rinvenuto[36] circa quindici anni orsono un bronzetto votivo di buona fattura ben connotato, forse un “Marte in assalto” databile in pieno IV a.C., altezza mm. 73.

Anche per questo sbarramento il Catasto Gregoriano evidenzia la presenza di un piccolo affluente circa m. 150 a monte sul lato Ovest.

La struttura del muro è costituita prevalentemente da due filari di blocchi di cui l’esterno più compatto è contrastato sul lato Est a morire da un affioramento di travertino. L’impostazione di opera poligonale è ben evidente. nel superstite tratto iniziale Ovest affiora il piano d’imposta aggettante che scompare gradualmente ad Est con l’interramento.

 

18.  Guardea: particolare della porzione ovest del II sbarramento.

19.  Guardea: particolare del collegamento centrale ad “S” del II sbarramento.

20.  Guardea: particolare della penultima porzione est del II sbarramento.

21.  Guardea: bronzo votivo attribuibile ad un “Marte in assalto databile in pieno IV secolo a.C.

 

            Il quarto tratto di mura poligonali[37] è posto lungo una diramazione destra dello stesso Fosso Marrutana. Lo sbarramento è attualmente visibile grazie ad una piccola porzione ancora emergente della parte centrale, più solida, questo è a forma di “V aperto” con due tronchi, rispettivamente: il primo di m. 2,70 orientato ad ovest e il secondo di m. 5,10 rivolto ad est, l’altezza minima fuori terra è di m. 0,50 e la massima di 1,70, lo spessore è variabile tra m. 0,50 e 1,40; è evidente il forte interramento. L’ubicazione catastale corrisponde al Foglio n° 24 del Comune di Guardea, a confine tra le particelle n° 81‑150‑154.

Anche questa diga, posta 250 metri più a monte del primo sbarramento e a quota 175 m.s.l.m. fa parte integrante dell’intero sistema di regimazione idraulica di questa valle.

 

22.  Guardea: vista del III sbarramento.

 

 

Le caratteristiche dell’opera poligonale di Guardea

 

  

            Differenziandosi sostanzialmente dalle murature poligonali atte a costituire recinti fortificati, le mura poligonali di Guardea evidenziano maggiormente, sia come impianto che come tipologia, lo specifico compito che dovevano assolvere, quello di sbarramento per frenare l’impeto delle acque[38]. I maggiori dati sono rilevabili dallo sbarramento centrale ove il primo piano di spiccato è sormontato da una elevazione leggermente arretrata, quindi da un secondo alzato anch’esso arretrato a formare con i precedenti una sorta di gradoni abbastanza accentuati anche dalla rastrematura di posa in opera, variabile tra il 10 e il 20%. I blocchi sono ben lavorati e discretamente rifiniti anche in superficie con leggera convessità e giustapposti usufruiscono di rarissime zeppe. La classificazione nelle convenzionali “maniere”[39] è tutt’altro che agevole, specialmente se si attribuisce a queste una seppur ipotetica “cronologia”.

Il 1° Tratto si differenzia notevolmente dai successivi per la rozzezza dell’esecuzione tanto da far pensare ad un primo lavoro, quasi sperimentale, in epoca coeva agli altri ma con tecnica primitiva, semmai di poco precedente. Il 2°, 3° (molto deteriorato) e 4° tratto sono di buona fattura nonostante la destinazione dell’opera e con difficoltà si riesce a collocarli in età precise. Per deduzione da fatti storici contingenti, tecnica d’esecuzione, insediamenti rurali già attestati avanti al I sec. a.C. si può azzardare una datazione a cavallo tra il III e il II sec. avanti. Soltanto un accurato studio di questo territorio, oggi molto lacunoso e opportuni saggi sul terreno potranno fornire in futuro risultati più puntuali e datazione più precisa.

 

 

23.  Guardea: rilievo del I tratto.

24.  Guardea: rilievo del II tratto, lato ovest.

25.  Guardea: rilievo del II tratto, lato est.

26.  Guardea: rilievo del III tratto.

 

 

 

Il motivo degli sbarramenti

 

 

            Nella succinta premessa e nella descrizione seguente è sufficientemente chiara l’interpretazione che intendo dare alla presenza di queste murature guardeesi in opera poligonale. Soltanto interpretazione perché scarse sono le conoscenze tra il III e il II sec. a.C. in merito ad insediamenti rustici che giustifichino queste imponenti opere, epoca a cui ritengo possono essere attribuiti gli interventi, se si escludono la localizzazione e il parziale scavo di alcune ville circonvicine[40] datate I avanti ‑ IV dopo C. in piena età romana.

É di aiuto la morfologia della zona che fa comprendere con maggiore facilità la necessità di tali opere; buona fertilità del suolo ma impossibilità di uso costante[41] a causa dei continui allagamenti e corrosione dovuta al carattere torrentizio dei fossi, dilavamento dei terreni, assenza di acqua fluviale o sorgiva per irrigazio­ne, quindi necessità di risanamento e controllo dell’area sono a mio parere gli elementi che hanno obbligato il rimedio con opere di questa entità.

L’ubicazione degli sbarramenti corrisponde al tronco del Fosso maggiormente minaccioso, va ricordato che ha già percorso circa 7 Km. con un dislivello di 550 m. e ricevuto vari affluenti; per il primo e secondo tratto questi sono posti a valle della confluenza con due rispettivi affluenti, il terzo è posto in un'area pianeggiante più ampia ove l’impeto, e la maggior quantità delle acque in piena avrebbero arrecato più danni. L’intervallo fra gli sbarramenti è costante: m. 500, così come il dislivello: m. 20. Lo sbarramento si poneva quindi, come opera atta a rallentare e regolamentare il corso d’acqua, a formare bacino di riserva e probabilmente a stabilire i punti di attraversamento della valle.

Come ben noto ogni sbarramento produce deposito e di conseguenza l’interramento dell’invaso. É inoltre evidente che i terreni costeggianti la valle continuando lentamente a dilavarsi, fatto ben documentato sul tratto Est dello sbarramento centrale, hanno consentito la deviazione del torrente affluente che in presenza di substrato argilloso ha gradualmente inciso di fianco scavalcando l’ostacolo per ricongiungersi a valle.

Il fenomeno dell’interramento e del successivo svuotamento è chiaramente documentato, prima con l’interruzione del corso d’acqua, la tracimazione del Fosso al di sopra del muro e il graduale interramento dell’invaso, poi con la demolizione o il crollo dello stesso muro in coincidenza dell’alveo originale; non si riscontra infatti a valle delle “dighe” alcun deposito, segno dalla perfetta distribuzione del materiale sui terreni sottostanti una volta venuto meno l’ostacolo. I terreni di deposito superstiti allo svuotamento mostrano infatti una giacitura simile ad un “imbuto” schiacciato con l’apertura rivolta verso l’alveo.

 

27.  Guardea: vista particolare del IV tratto messo in luce dal socio del Gruppo Archeologico Guardeese sig. Filippo Anselmi.

28.    Guardea: planimetria d’insieme dei quattro sbarramenti.

 

 

Le mura poligonali nel Comune di Lugnano in Teverina

 

 

            Duecentocinquanta metri a Sud del Km. 23,750 della S.S. 205 Amerina, in territorio del Comune di Lugnano in Teverina, sul Fosso Porcianese, ove la Strada Comunale detta della Fontanella, lo attraversa, s’incontra un poderoso muro di sbarramento in opera poligonale[42]. Siamo nel punto di passaggio tra la Valle Nera già Vallenea costituita su formazioni calcaree ricoperte da seminativi uliveti e boschi di elce e la sottostante valle calanchiva ancora attraversata dallo stesso Fosso che per il tratto terminale sino alla sua immissione nel Tevere prende il nome di Fosso Pescara. Le mura risultano in prossimità del recente Podere Valle Fossa[43]. Quindi una ubicazione ben valutata: in un punto con ottima base di appoggio e solidi fianchi calcarei di contrasto, un ambito netto di passaggio tra un terreno medio pianeggiante e stabile e un salto, marcato anche dallo sbarramento, ma già evidente nella gola sottostante verso una giacitura più precaria.

L’attraversamento, come per i casi di Guardea, è anticipato 500 m. a monte da un altro attraversamento dovuto all’antica strada Alviano‑Lugnano riconfermato dalla Statale nel 1880, e seguito a valle sempre a 500 m. da un secondo attraversamento della Strada Vicinale delle Fontanelle[44]. Il dislivello rispetto alle mura è di m. 30 a monte e 70 a valle; le condizioni di questo torrente e le sue caratteristiche sono molto simili al Fosso Marrutana; nel punto dello sbarramento il Fosso ha già percorso circa 4,5 Km..

Lo sviluppo dell’opera poligonale, leggermente curvilinea e modestamente rastremata a mo di diga, è di mt.17,70 con un’altezza di m. 8,50 parzialmente schermata dai rifiuti; la tipologia costruttiva è assimilabile alle caratteristiche della seconda maniera definite dal Lugli. Tutto l’impianto sembra “ruotare” intorno ad un blocco centrale di forma esagonale quasi fosse una chiave di chiusura di due distinti cantieri.

Non è rilevabile lo spessore murario. All’intorno si riscontra materiale ceramico relativo a pochi frammenti di vasellame comune d’età romana[45].

 

29.  Località Valle Fossa: le mura sul fosso Porcianese.

 

 

 Località san Valentino di Lugnano in Teverina

 

            Il sesto ed ultimo tratto di mura poligonali rinvenuto in zona è sito in prossimità del confine del Comune di Lugnano con il territorio della Frazione di Porchiano del Monte (Comune di Ameria) a m. 80, direzione Nord del Podere san Valentino[46]. L’entità del rinvenimento è di m. 44,00 di lunghezza, mentre la sua altezza attualmente fuori terra è variabile tra m. 0,50 e m. 2,10; lo spessore riscontrabile in sommità a raso terrapieno raggiunge i m. 3,00. In zona è rilevabile la presenza di selce. Le caratteristiche tipologiche lo fanno rapportare parzialmente al terzo tratto precedentemente visto a Guardea riconducibile alla terza maniera del Lugli.

 

30.  Località san Valentino: vista del terrazzamento.

 

            A valle dell’intervento si riscontra abbondante ceramica arcaica che se considerata coeva farebbe datare il muro tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C.[47]. Altri elementi d’impianto quali il dislivello naturale dovuto all’incisione profonda causata dal Fosso sul lato Est, l’esistenza a margine di una sorgente e l’immagine generale di un quadrilatero di circa m. 50 x 50 chiaramente percepibile dallo studio della fotografia aerea, rendono particolarmente dubbia, allo stato attuale delle conoscenze del sito, quale ne fosse la destinazione possibile: sbarramento del Fosso (poco giustificabile in questo caso), sostruzione di villa rustica o di strada.

 

31.  Località san Valentino: particolare costruttivo del terrazzamento.

 

 

 Le mura poligonali di Spoleto

 

            Significativa è la descrizione del prof. Bruno Toscano[48] sulle mura poligonali di Spoleto riferita al tratto più significativo visibile lungo Via Saccoccio (Piersanto) Cecili: «Sono circa 125 m. dei 2 Km. di mura che recinsero il più antico nucleo abitato includendovi anche ampi spazi verdi ed il colle S. Elia, dove sorgeva la rocca. Lo strato inferiore, composto di grandi blocchi poligonali, secondo un modo costruttivo comune al Lazio ed a centri dell’Umbria meridionale come Ameria e Cesi, è stato riferito al VI sec. a.C., allorché le popolazioni umbre costituirono la vera e propria città[49].

 

32.  Spoleto: vista del tratto compreso tra la chiesa di san Domenico e Porta Fuga.

 

            Nel breve tratto in cui la cinta piega ad angolo retto, è una porta architravata, aperta forse nel III sec. nella più antica cinta poligonale e successivamente riempita per impedire il cedimento dell’architrave. Sopra lo strato poligonale si dispone uno strato a blocchi quadrilateri che si fa risalire ad una generale opera di rafforzamento della cinta urbica, conseguente alla fondazione della colonia romana (241 a.C.); appartiene evidentemente a questo restauro la torre, rimessa in luce dal Sordini, che era piazzata a guardia della vicina porta. Un ulteriore restauro le mura ebbero nel I sec. a.C., forse per i danni provocati dalle guerre di età sillana o dai terremoti: questo terzo strato è caratterizzato da parallelepipedi molto allungati e di mediocre altezza.

 

33.  Spoleto:  particolare dell’avancorpo munito di porta laterale.

 

            Dopo aver avuto successivi rifacimenti nell’alto medievo, ma di non grande entità, la cinta antica fu del tutto abbandonata in seguito all’ingrandimento della città che rese necessaria la costruzione di nuove mura, cui si cominciò a lavorare nel 1297. Allora si permise ai privati di innalzare case e torri sopra l’antica cinta poligonale e quadrata che venne concessa a 40 soldi la pertica: i frati agostiniani di S. Nicolò la adoperarono come basamento d’eccezione per il loro nuovo convento […]».

            Altri tratti di mura poligonali sono visibili lungo l’omonima scorciatoia che conduce rapidamente presso la cattedrale, in Via B. Egio nel giardino Piperno alle quali sono sovrapposte quelle in opera quadrata dovute ad un restauro romano del I sec. a. C. documentato da una monumentale iscrizione che reca i nomi dei due quadrumviri che vi provvidero.

 

34.  Spoleto:  particolare del tratto a ridosso di Via Saccoccio Cecili.

 

 

 Le mura poligonali di Ameria

 

            I recinti murari dell’antica Ameria sono sorti in corrispondenza alle accresciute minacce provenienti dalle popolazioni contigue, dall’etrusca, all’umbra e quindi a quella romana. La presenza dei due recinti, il primo interno può essere ricondotto ai rapporti con i popoli più antichi e circoscritto al VII-VI secolo a.C. mentre il secondo, di notevole ampliamento dell’ambito urbano[50], alla minaccia di Roma intorno al IV-III secolo a.C. [51].

 

35.  Ameria: mura megalitiche di Via della Valle.

 

            Il recinto a monte che borda l’insediamento arroccato a forma ameboidale è attualmente rintracciabile parte in vista e parte in ambito privato suddiviso in quattro porzioni tutte posizionate sul versante ovest dell’abitato, così ripartito: - A - unica traccia di m. 9 ed altezza m. 5-6 tra Via della Valle e orto Morelli composta di soli blocchi irregolari affatto levigati in facciata, orditi in maniera primitiva; essa è ancor oggi di buona stabilità e compattezza che si accentua nel secondo tratto di m. 38 ed altezza di m. 4-6 (molto interrata) nascoste al visitatore.

 

36.  Ameria: mura abbandonate nell’orto Morelli.

 

            È interessante notare la differenza di lavorazione dei due cantieri, le relative linee di sutura e la presenza di simboli fallici. - B - tratto a sostegno della Via Garibaldi individuato nella cantina di Palazzo Clementini di cui è testimone una serie di elementi e un blocco di roccia discernibile lungo Via Piacenti. - C - nel sotterraneo di Palazzo Carità per circa m. 17 sino a terminare nel sedime dell’arco di piazza - D -  detto pure “Porta cubica” di fattura eterogenea ma di base megalitica, alzato e vano in parte d’età romana ripreso in epoca medioevale.

            Nel piano sottostante, oltre l’ambito geologico del calcare massiccio, ove prevalgono substrati di corniola ed argille, sono posizionate le mura poligonali più recenti ed estese che vanno da oltre la Porta Leone IV sino all’inizio della strada vicinale di Posterola (“giardini d’inverno”) superando la porta sud, per una lunghezza totale di m. 490[52]. Lungo l’intero tratto sono diverse le “mani” costruttive dovute a cantieri distinti e sapientemente suturati, mentre a sostegno dell’orto Farrattini[53] (lato ovest), compreso tra due tratti di mura poligonali, vi è un rifacimento in opera quasi quadrata e di fattura tardoromana, ben individuabile per la dimensione dei pani nonché per il diverso materiale usato.

 

37.    Ameria: mura urbiche, lato sud

38.  Schema insediativo e recinti urbani della città di Ameria.

 

            Da un’analisi geologica effettuata tramite sezioni sottili di campioni prelevati in quattordici punti della città (mura, edifici, roccia viva all’interno ed esterno dell’abitato) si è riscontrato la perfetta rispondenza dei materiali usati, al confronto con la roccia locale ad eccezione del tratto di mura su richiamato che risultano diverse.

 

*

NOTA DA GUIDA DI AMERIA:

 

 

 

Sezioni sottili di studio delle mura e roccia locale eseguite da Franco Della Rosa nel marzo 1984 presso l'Istituto di Geologia Applicata dell'Università di Roma. Dallo studio al microscopio dei campioni eseguito insieme al prof. Odoardo Girotti si è potuto individuare la provenienza della pietra utilizzata per la costruzione delle mura megalitiche e poligonali.

 

*

 

39-40.  Ameria: porta urbana antistante “Ponte Sisti”.

 

            Strettamente collegate con le mura urbiche e le varie porte[54] ed il loro uso antico, per alcune ancora confermato[55], sono le poche notizie storiche, i rinvenimenti, gli studi[56] e i dati recentemente riscontrati con i lavori eseguiti sul tracciato di Via della Repubblica, diverticolo interno alla città della Via Amerina proveniente da Orte[57] che costeggiando le mura[58] proseguiva verso Todi.

La presenza di grandi tratti di mura ridotte in altezza e lunghezza e la presenza di nuove tipologie costruttive sono testimonianza di un uso discontinuo dell’opera difensiva, dell’abbandono nei periodi assenti da pericolo, dell’uso di cava per opere civili e funeraria ed anche di mancata manutenzione.

 

41.  Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi di Firenze, dis. n. 724/a (c. 1517-18).

Progetto sangallesco di fortificazione delle mura amerine.

 

            È da ritenersi sulla scorta delle acquisizioni scientifiche più recenti che le porte originarie lungo la seconda cinta muraria erano solo due, porte attualmente inutilizzate. A Sud-Ovest, quella di “Ponte Sisti” oggi schermata da un contrafforte e a Nord-Est quella di “Nocicchia” tornata in luce con il crollo della torre palombara a seguito del borbardamento aereo del 1944[59]. Porta Leone IV è chiaramente legata all’attività tardomedioevale dell’omonima via commerciale di “borgo nuovo”, mentre la “porta sud”, orientata verso il percorso più breve utilizzato dagli invasori latini non può che essere stata aperta che in quell’occasione come conferma la viabilità carrabile di cui appresso si da qualche approfondimento.

            La quota d’imposta delle due porte dimostra che le mura non possedevano all’interno terreno addossato, fatto peraltro scontato in quanto così avrebbero dimezzato la loro utilità difensiva, ciò giustifica inoltre i vari dissesti statici legati in parte al successivo uso improprio di muri di sostegno e in parte, per alcuni tratti, a carenze del terreno di fondazione. L’inserimento del terrapieno va ricondotto all’uso della polvere da sparo mentre quello degli orti al successivo utilizzo entro le mura di spazi coltivabili legati ad un periodo di maggiore tranquillità bellica, oggi perlopiù abbandonati e senza il dovuto controllo idrico. 

 

42-43.  Ameria: particolare di un doccione e linee di sutura.

 

            La seconda cinta urbana attesta “all’Arco di Piazza”, l’unico varco d’ingresso della città alta documentato sia da muratura preromana in sito sia da testimonianze di carattere difensivo.[60]

            È da rilevare infine che le mura urbane hanno svolto sino alla metà del secolo scorso una marcata suddivisione sociale sentita in modo rilevante fra la popolazione locale separando gli abitanti urbani da quelli del contado, ossia i cittadini dai contadini.  

 

 

NOTA

SUL DIVERTICOLO URBANO

DELLA VIA AMERINA

E LE MURA

 

            Il proseguo dei lavori avviati nell’aprile dell’anno 1996[61], lungo l’asse principale di accesso alla Città alta, ha restituito ampi tratti di basolato peraltro già prevedibile in base ai rinvenimenti effettuati durante gli anni settanta specialmente durante i lavori di raccordo di alcuni scarichi in prossimità della Chiesa dell’Ospedaletto, d’allora attribuito all’antico diverticolo della Via Amerina.

            Particolare interesse va rivolto alla regolarità dei solchi d’usura evidenti nel tratto mediano dei lavori che evidenziano il doppio senso di transito lasciato dai “carriaggi” (interasse di ÷ cm. 110) nel continuo uso e la poca manutenzione riservata alla strada.

            Il tratto risalta per la qualità disuniforme della pavimentazione sia nell’aspetto che nella dimensione e provenienza dei materiali tanto da far pensare ad un ampio rifacimento tardo antico, forse eseguito con materiale proveniente dalle allora dirute mura poligonali dei “giardini d’inverno o dell’area di Via Leone IV”, comunque, dalla profondità dei solchi, con uso molto prolungato, compreso presumibilmente tra la decadenza dell’Impero e l’Alto Medioevo, se non oltre, quale collegamento superstite tra le due porte principali delle due cinta di mura urbane[62].

            Complesso appare invece l’assetto della chiavica di raccolta delle acque, oggi usata in prevalenza, contrariamente al passato, come fognatura, che scendendo verso valle s’immerge improvvisamente sotto la pavimentazione antica risaltando anche dai materiali da costruzione coevi alla struttura stradale antica. La variazione di quota deriva presumibilmente dal sopralzo della stessa canalizzazione antica effettuato con la ristrutturazione dell’800 per motivi di nuova livelletta stradale vincolata al piano stradale più moderno, all’epoca già bordato su ambo i lati, da edilizia residenziale databile tra il tardo Rinascimento ed il periodo Neoclassico. Particolarmente interessanti risultano quindi i recenti rinvenimenti in relazione all’uso residenziale della città bassa in età tardoantica.

            Va inoltre ricordato il basolato emerso nel mese di novembre dello stesso anno poco sotto il piano terreno dell’ex abitazione della Sig.ra Cacchi (n.c. 138-140, Foglio n. 70 - Particella n. 149/p del N.C.E.U. di Ameria), ancora a ridosso di Via della Repubblica con orientamento Piazza della Catena e allineamento al primo tratto di Via Vincenzo Assettati[63]. La nuova testimonianza non può essere che il proseguo del percorso anzidetto in cui mediano e di ideale collegamento risulta il basolato di Vicolo Angeletti.

            La strada messa in luce manca di rivestimento nel tratto prossimo alla Porta Sud impostata alla quota attuale con la trasformazione avvenuta nel 1598 che probabilmente per il rispetto dei tradizionali canoni rinascimentali ed i vincoli imposti dalla preesistenza medioevale ha comportato l’eliminazione dei basoli[64].

            Questa strada rappresenta quindi, in conclusione, chiaramente un percorso di grande uso in età tardo-antica e di completo abbandono e dimenticanza in età tardo-medievale, aspetti sanciti dai caratteri tipologici ed architettonici dell’edilizia oggi visibile.

            Il perché di un diverticolo e non della Via Amerina che attraversava la Città, come avveniva per la stessa strada altrove ed anche nella vicina Todi? Tutto ciò dipende[65] dall’assenza di una viabilità antica ben documentata in uscita a ridosso delle pendici del colle di Ameria. Unica eccezione da osservare è rappresentata dalla strada di Posterola che scende ripida sino alla omonima Porta sormontando il canale efferente delle cisterne d’età romana dell’attuale Piazza del Comune; un ambito meritevole di attento e approfondito studio

            Attenzione merita pure il tracciato curvilineo di Via Leone IV sino alla Porta urbana posta a varco delle mura poligonali[66] nella parte “bassa” della Città (lato N-E), collegato con la viabilità esterna che aveva, prima del 1880, anno di costruzione dell’odierna “strada statale amerina”, preesistenze d’età romana nella “paratia” di attraversamento del Fosso Grande e a breve distanza, più a monte, un altro ponte di attraversamento, a “Piubbica”, sulla direzione S. Romana / Sambucetole - Todi al termine del rettilineo proveniente dalla diga detta della “Para”, ponte documentato oggi soltanto nell’ottocentesco Catasto Gregoriano.

 

44.  Ameria: mura lato sud.

 

 

Le mura poligonali nel Comune di Giove

 

           Nel Comune di Giove[67], a NE dell’abitato e più precisamente sulla proprietà del Sig. Sisto Bruno Sapori, si conservano in buono stato porzioni di mura poligonali. Questo tratto è ubicato nel N.C.T. al Foglio n° 2 e in coincidenza dello spigolo più avanzato, verso ovest, della particella n° 188 confinante con la n° 95.

Si tratta di un modesto tronco diviso in due parti per un totale di circa m. 7, l’altezza fuori terra è variabile tra m. 0,70 e 1,20. A nord è conservato integro l’angolo di curvatura della sostruzione. É evidente a primo impatto la natura dell’opera che doveva con certezza sostenere una villa rustica; all’intorno compaiono vari blocchi crollati e affiorano abbondanti frammenti di tegola romana.

 

45.  Giove: resti della sostruzione in zona san Francesco.

 

*

NOTA DI AGGIORNAMENTO:

LE MURA POLIGONALI DI GIOVE SONO SCOMPARSE!

 

*

 

Le mura poligonali nel Comune di Narni

 

            Dell’antica Nequinum,  diventata Narnia nel 299 a.C. e municipio nel 90 a.C., restato poche tracce di fortificazioni megalitiche antiche non riconducibili con certezza all’opera poligonale[68] presso Porta della Fiera ed in prossimità della cattedrale secondo la definizione di Cotini “Arena Vittoria”[69] murature in parte ricollegabili tra loro[70].

 

46.  Narni: tracce di murature megalitiche in prossimità della Cattedrale.

 

 

 Le mura poligonali di Cesi e sant’Erasmo

 

            Le strutture murarie in opera poligonale esistenti nel territorio di Cesi sono rappresentate principalmente da due distinti recinti, uno di tipo urbico collocato su Monte Eolo meglio noto come sant’Erasmo  di Cesi e l’altro, probabilmente quale sostruzione di una villa in località la “Pintura” (dall’omonima chiesa).

            Il sito scelto, uno sperone roccioso proteso verso la valle ternana e terminante con la Rocca medioevale di Cesi, risulta parzialmente modificato tanto da rendere l’interna superficie quanto più pianeggiante. Contrariamente ad altri recinti urbani ove le mura svolgevano il compito di limite e difesa verso il territorio esterno in questo caso le stesse, di forma quasi trapezioidale, sono chiaramente anche mura di sostegno del terrapieno di riporto.

Per tipologia e tecnica costruttiva[71], si noti in particolare il muro poligonale di sbarramento dell’ingresso principale sul lato settentrionale molto più importante di quello ad est, ma probabilmente anche di sistemazione viaria di accesso, la struttura è databile per intero intorno al IV secolo a. C. Il lato più lungo raggiunge circa 160 m. ed altezza di m. 6, mentre il più breve è di circa m. 40.

Pochi sono gli elementi architettonici superstiti e compresi in un ampio periodo storico. Risalta sulla spianata nella zona sud un grande basamento rettangolare su sostruzione in opera poligonale (possibile base di un tempio), resti di un pozzo circolare in prossimità della chiesa romanica e nell’ambito nord porzioni di manufatti d’età romana tra cui i resti di una cisterna probabilmente unita ad una villa rustica.

            Non può escludersi per questo sito la individuazione con l’antica città di Clusiulum posta sopra Terni e citata da Plinio il Vecchio tra le città scomparse degli Umbri.

           

 

47.  Cesi: recinto fortificato di sant’Erasmo, lato nord, quota m. 790.

48.  Cesi: recinto di sant’Erasmo all’inizio del secolo scorso.

49.  Cesi: sant’Erasmo, rilievo del perimetro terrazzato eseguito all’inizio del secolo scorso.

50. Cesi: sostruzione in Località “La Pintura”.

 

 

Appendice

 

*

 Località santa Maria in Canale

           

            In appendice è aggiunta una documentazione storica relativa[72] all’insediamento rurale di santa Maria in Canale[73], posto in prossimità del confine amerino con quello del comune di Montecastrilli che conserva resti di murature riconducibili, sulla scorta dell’aggiornamento del vecchio “metodo”[74] di classificazione, alla IV maniera introdotta dal Lugli. Si tratta di una annotazione che esula dalla trattazione dell’opus antiquum in quanto le emergenze qui presenti, di notevole interesse e qualità costruttive oggi inglobate tra il fabbricato rurale la nuova chiesa e la stalla, sono da ricondurre all’opera quadrata.

 

51.  Santa Maria in Canale: particolare delle mura in opera quadrata del complesso rurale tratto dai disegni ottocenteschi di R. Percossi.

 

            I resti del manufatto fanno pensare ad un tempio a tre navate munito di abside, le murature sono dello spessore costante pari a cm. 90, formato da blocchi unici lavorati su ogni faccia di cui una parte era visibile anche dispersa nella campagna circostante sino a qualche decennio fa del secolo scorso.

Oggi il complesso rispecchia l’impostazione ottocentesca seppur oscurato da un orribile recente abitazione che ha sostituito una limitrofa bella stalla antica.

 

52.  caratteristiche delle mura amerine e di santa Maria in Canale (R. Percossi). 

53.  Santa Maria in Canale: pianta dell’insediamento rurale (R. Percossi).

54.  Santa Maria in Canale: particolare della legatura d’angolo (R. Percossi).

55.  Santa Maria in Canale: particolare in prossimità di un ingresso (R. Percossi).

56.  Santa Maria in Canale: particolare in prossimità di un secondo ingresso e giuntura ortogonale (R. Percossi). 

57.  Santa Maria in Canale: particolare con vano finestra posticcio (R. Percossi).

58.  Santa Maria in Canale: particolare con altro vano finestra (R. Percossi).

 


 


[1] L. C. F. Petit Radel, Voyage historique cronographique et philosophique dans le principales villes des l’Italie, vol. II, Paris, 1815. A lui e al Callet, Lesueur e Thiebaut de Berneaud si devono i due modelli delle mura amerine posti sotto i nn. XXXV e XXXVI, all’epoca, nella biblioteca Mazzarino di Parigi.

[2] E. Dodwell, Lettre à Petit Radel – “Universal”, 19 giugno 1829.

[3] G. Guadagno, in: 1° Seminario nazionale di studi sulle mura poligonali, Alatri, 1988, p.13.

[4] L. C. F. Petit Radel, Recherches sur le Monuments Cyclopéens, Paris, 1841.

[5] E. Dodwell, Views and Description of Cyclopean or Pelasgic remains in Greece and Italy, London, 1834.

[6] M. R. De La Blachere, La Civita – “Mel”, I, 1881.

[7] Crf. Nota 3. R. Fonteanive, Sui monumenti ed altre costruzioni poligonie ed epimonolite dette ciclopiche, saturnie e pelasgiche e sui resti di tali fabbriche esistenti nella provincia romana, Roma. 1887.

[8] G. F. Gamurrini, Sulle mura pelasgiche in Italia, in Bullettino di Paletnologia Italiana, XXI, 1895, pp.86-88.

[9] L. Pigorini, Notizie diverse, ibidem, XX, 1894, p. 182, idem, 1896, p. 71.72, idem, XXV, 1899. Pp. 201.202.

[10] S. Reinach, Le populations primitives du Latium, in: “L’Anthropologie”, X, 1899. pp.340 e sgg..

[11] Questi due studiosi “lessero a distanza di un anno l’uno dall’altro presso la Pontificia Accademia di Archeologia Romana delle Dissertazioni, in cui, epigoni delle teorie «pelasgiche», affermavano da un lato «con puro convincimento che nel Lazio esistono costruzioni architettoniche di stile pelasgico … gli Gethei Pelasgi vennero ed abitarono nel Lazio», dall’altro «le costruzioni poliedro-megalitiche del Lazio debbono certamente ritenersi preromane e divise in tre (maniere), coeve delle congeneri di Micene … risalire al XV secolo», (Giovenale, I monumenti preromani del Lazio,1899, pp. 313-361).

[12] G. Grossi, Tipologia dei centri fortificati con mura poligonali in area Marso-Equa: cronologia e studio delle porte, in 1° Seminario nazionale di studi sulle mura poligonali, Alatri, 1988, p. 93-100.

[13] A. La Regina, Peltuinum, in: quaderni dell’Istituto di Topografia dell’Università di Roma, I, 1964, pp. 69-73.

[14] D. Adamesteanu, Origine e sviluppo dei centri abitati in Basilicata, in Atti del Convegno internazionale sulla città antica in Italia, III, 1970-1971, pp. 115-116.

[15] A. Giannetti, Mura ciclopiche in S. Vittore del Lazio - probabile identificazione del sito dell’antica Aquilonia, Serie VIII, XXVIII, 1973, pp. 101-112.

[16] S. Quilici Gigli, Insediamenti in opera poligonale in area pontina, in: QuadAEI, 1989.

[17] F. Della Rosa, Opere poligonali della bassa Umbria: cinque recenti rinvenimenti nel comune di Guardea e di Lugnano in Teverina, in: atti del 2° Seminario Internazionale di Studi sulle Mura Poligonali, Alatri 1989, pp. 85-98.  

[18] L. Quilici, Interventi di bonifica agraria in un fundus visto da Varrone lungo la Via Salaria, in: Interventi di bonifica agraria nell’Italia Romana - Atlante Tematico di topografia antica, 4-1995, L’Erma di Bretschneider, Roma.

[19] L. Maraldi, Considerazioni sull’urbanistica romana di Ameria, in: Architettura e pianificazione urbana nell’Italia antica - Atlante Tematico di topografia antica, 6-1997, L’Erma di Bretschneider, Roma.

[20] M. Pincherle, La prospezione archeologica effettuata presso le mura a blocchi poligonali di Orbetello, in: 1° Seminario Nazionale di Studi sulle Mura Poligonali, Alatri, 1988, p. 31.

[21] D. Bonaria, Le mura poligonali incaiche, in: 2° Seminario Internazionale di Studi sulle Mura Poligonali, Alatri, 1989, pp. 71-84.

[22] G. Squier, Un viaje port tierras incaicas. Cronica de una espedicion arqueologica (1863-1865). […], Buenos Aires, 1974.

[23] J. H. Rowe, Inca Culture at the time of the Spanish conquest, Handbook of South American Indians, J. H. Steward, editor, II, The Andean Civilizations, Smithsonian Istitution, Bulletin 143, pp. 183-330, Washington, 1946.

[24] Crf. Nota 22 (J. H. Rowe).

[25] J. A. Gonzales Corrales, Litica Inca, en la zona del Cuzco, Tesis para optar el titulo de Antropologo, Universidad Nacional de San Antonio Abad del Cuzco, Cuzco, 1971.

[26] P. B. Cobo, Historia del Nuevo Mundo, Obras del P. Bernabé Cobo, II, Biblioteca de Autores Espanoles desde la Formacion del Lenguaje hasta nuestros dias, XCII, p. 162, Madrid,1964.

[27] A. Kendall, Descripcion de las formas arquitectonicas inca. Patrones de distribucion e inferencias cronologicas -  “Revista del Museo Nacional”, XLII, pp. 13-96, Lima, 1976.

[28] J. P. Protzen, Inca Stonemasonry, - “Scientific American”, Vol. 254, II February, pp. 80-88, New York, 1986.

[29] Tra gli altri strumenti si presuppone l’esistenza di un regolo con misure arbitrarie o “squadra zoppa”, di certo i cronisti menzionano però solo l’esistenza del piombino.

[30] P. Gutierrez de Santa Clara, Cronicas del Perù. III. Quinquenarios o Historia de las guerras civiles del Perù, Biblioteca de Autores Espanoles desde la formacion del lenguaje hasta nuestros dias, tomo 166, p. 252, Madrid, 1963.

[31] Crf. Nota 25 (P. B. Cobo).

[32] Per un blocco di 140 tonnellate si calcola una forza di 120.400 kg. e per trascinare un blocco verso l’alto quindi circa 2.400 uomini impiegati.

[33] Pedro Cieza de Leon, Cronica del Perù, Lima, 1985, afferma che per la fabbrica di Sacsahuaman vennero dalle provincie 20.000 uomini che si alternavano con altri, di questi 4.000 preparavano le pietre e 6.000 erano incaricati di portarle sul posto.

[34] La localizzazione del primo tratto di mura, Località san Valentino/Fosso del Galluzzo del Comune di Lugnano in Teverina, è stata dallo scrivente segnalata alla Soprintendenza Archeologica, quale allora Direttore del Gruppo Archeologico Amerino, il 14 marzo 1988, dopo apposita ricognizione effettuata a seguito delle indicazioni fornite dal socio Claudio Felici, unitamente alla presenza di abbondanti frammenti di materiale ceramico di età romana d’uso domestico, a circa 500 m. di distanza in direzione NE e a 40 m. dall’omonimo Podere Marcinano, reperti databili tra la seconda metà del I a.C. e seconda metà del I d.C. oltre alla presenza di un sarcofago monolitico anch’esso d’epoca romana depositato sul lato sinistro della scala d’ingresso del Podere san Valentino; a m. 300 in direzione SE e m. 80 dalla Strada Comunale Porchiano‑san Paolo.

Il secondo tratto di muro, indicato dallo stesso socio in Località Valle Fossa/Fosso Porcianese, fu segnalato il primo agosto dello stesso anno.

Gli ultimi tre tratti siti nel Comune di Guardea, sono stati individuati nell’ambito delle ricognizioni sul territorio effettuate in occasione del “1° Campo Archeologico di Ricerca ‑ Guardea Vecchia” svoltosi nel mese di luglio 1988, sotto la direzione dell’Arch. Enrico Ragni con la presenza dei volontari dei Gruppi Archeologici d’Italia.

[35] Regione Umbria, Piano Urbanistico Territoriale, Perugia, 1983. G. Giovagnotti ‑ R. Calandra, Il comprensorio Amerino-Narnese. Analisi ambientale di un territorio, in “Umbria Economica”, Perugia, 1984. P. Ambrosetti ‑ M. G. Carboni ‑ M. A. Conti ‑ D. Esu – O. Girotti ‑ G. B. La Monica ‑ B. Landini & G. Parisi, Il pliocene ed il pleistocene inferiore del bacino del fiume Tevere nell’Umbria meridionale, Roma, 1987.

[36] Il rinvenimento è avvenuto alla metà degli anni settanta a circa cinquanta metri dal 3° Tratto di mura poligonali, direzione Ovest, e dovuto al Sig. Suadoni Giuseppe che lo ha messo a disposizione del Gruppo Archeologico Guardeese dopo la sua costituzione.

[37] Il quarto tratto è stato individuato il 21 febbraio 1990 durante una ricognizione del Gruppo Archeologico Guardeese guidata dal socio Filippo Anselmi su indicazione del Sig. Generoso Ranucci.

[38] G. Lugli, La tecnica edilizia romana, Roma, 1957, p. 59.

[39] G. Lugli, op. cit., pp. 65‑83.

[40] M.A. Tomei, Ville e insediamenti rustici di età romana in Umbria, Perugia, 1983, p. 196.

[41] Da notizie raccolte sul posto si apprende che sino all’inizio del secolo l’area, a seguito di continui allagamenti, creava grossi problemi di lavorazione agricola.

[42] La muratura in opera poligonale è stata dallo scrivente segnalata alla Soprintendenza Archeologica in data 1° agosto 1988 sempre in qualità di Direttore del Gruppo Archeologico Amerino, su indicazione del socio Claudio Felici evidenziando l’abbondante schermatura dovuta all’uso di pubblica discarica. L’opera era già stata citata all’inizio del secolo dallo storico locale Edilberto Rosa che ne aveva avuto notizia dal Sig. Virgilio Sabini di Lugnano, appassionato cultore di storia e archeologia locale in: E. Rosa, Note storiche amerine, Ameria, 1916, pp. 55, 56 e 67.

[43] Lo sbarramento è localizzato nel N.C.T. sul confine delle Particelle n° 58, 112 e 128 del Foglio n° 5 con la Particella n° 138 del Foglio n° 6 del Comune di Lugnano in Teverina.

[44] L’intervallo di m. 500, come per gli sbarramenti di Guardea, sembra sia stato ritenuto pedologicamente congruo con le necessità di controllo delle acque provenienti dai rilievi collinari retrostanti.

[45] Il 6 gennaio 1989 le mura furono ripulite dal Gruppo Archeologico Amerino con l’autorizzazione della Soprintendenza Archeologica per l’Umbria (Archeologia, n. 10, sett-ott. 1989, p. 5).

[46] L’individuazione nel N.C.T. è a confine tra la Particella n° 67 del Foglio n° 17 e le Particelle n° 13 e 27 del Foglio n° 24 del Comune di Lugnano in Teverina.

[47] In prossimità del Podere Marcinano, a seguito di ricognizione effettuata in superficie, sono stati rinvenuti un peso da telaio, frammenti di tegole, una bocca di anfora e ceramica romana (Archeologia, n. 5, feb. 1988, p. 9-10).

[48] B. Toscano, Spoleto in Pietre - guida artistica della città, Spoleto, 1963, pp. 30-31.

[49] Il prof. Toscano concorda con lo scrivente sulle motivazioni ed epoca di costruzione delle mura poligonali in ambito umbro.

[50] P. Boccalini, V. Cerasi, F. Della Rosa, A. Girotti, Ameria e l’amerino - storia guida, Vierbo, 1984, pp. 15-19.

[51] P. Grassini, Scoperte presso le mura - “Per costruire dei contrafforti a rinforzo delle mura di Ameria, colpite da bombe nelle soprastrutture medioevali nella zona orientale della città presso Porta Leone IV [n.d.r. lato “Nocicchia”], sono stati scavati pozzi a fianco delle mura stesse sino al piano d’impianto, circa tre metri sotto al piano attuale. Poco sopra il piano di fondazione sono state ritrovate lucerne di terracotta, una punta di lancia o giavellotto in bronzo, e una testolina di ariete in terracotta (oggetti databili al terzo secolo circa a. C.)”, in: Fasti Archeologici, 1946, n. 994, p. 125.

[52] Estratto da una lettera di Edoardo Dodwel. a Luigi Carlo Petit-Radel, scritta in Parigi il 28 maggio 1829 e inserita nel n. 170 dello stesso anno dell’importante giornale dell’epoca “Le Moniteur Universel” […] “Con eguale fiducia posso quindi lasciarvi, signore, i due disegni delle mura pelasgiche di Ameria, nell’Umbria, che vi rimetto con la presente e che voi potrete unire a quello della porta romana della stessa città che i Signori Callet e Lasueur pensionari a Roma nell’Accademia di Belle-Arti hanno delineato per incarico speciale del Conte Siméon Ministro dell’Interno. Questi miei disegni v’interesseranno tanto più in quanto (voi l’avete fatto osservare prima di me) la fondazione di codeste mura rimonta, secondo Catone citato da Plinio al 964.mo anno innanzi alla guerra dei Romani contro Perseo Re di Macedonia, data che equivale a circa l’anno 1132 avanti J. C.. Le pietre di tale muro sono informi ed enormi, ma la loro composizione è la più bell’opera di scalpello che mi sia dato di osservare in tutti i miei viaggi in Grecia ed in Italia […].

[53] F. Della Rosa et altri. Le mura sono attraversate dallo scarico dell’acqua della Fonte di Porcelli come rilevato con sopralluogo effettuato nel 1972. Crf. G. Bodon, I. Riera, P. Zanovello, Utilitas necessaria - sistemi idraulici nell’Italia romana, Milano, 1994, p. 228.

[54] U. Ciotti, Restauri e scoperte - “Nel corso dei lavori di restauro ad un tratto delle antiche mura poligonali, crollate per eventi bellici (n.d.r. lato “nocicchia”), sono stati scoperti gli stipiti di una porta a grossi blocchi di pietra, già nascosti da sovrastrutture medioevali. Dalla porta, la cui soglia è rialzata rispetto al livello di campagna, si dipartivano due strade di accesso alla città”, in: Fasti Archeologici, X, 1957, n. 2471, p. 195.

[55] Filippo Venturelli, Memorie storiche della città di Ameria, dei personaggi illustri, che in dignità, in scienza, in toga e in armi in ogni tempo hanno in essa fiorito, sec. XVIII (da manoscritto di pp. 74 “appartenente” ad Enrico Rosa - 1832).

1498. Al dì ultimo di Ottobre vigilia di tutti li Santi la Città di Ameria mandò la maggior parte del Popolo con Altobello Chiaravalle a Orte, che gli ... inimico, e fece n°: 40 prigioni di ortani, tra quali vi fu Menico di Boso capo per parte di d’Orte. Questi nell’Osteria della Porta di Pisciolino fu tagliato a pezzi da Altobello, e dalli forusciti di Orte. Nella scaramuccia furono ammazzate circa 18 persone; e nel fiume vi annegarono sette, in modo tale che tra prigioni, e morti, ed affogati furono circa 80. Di Ameria uno solo ne morì: li prigioni furono messi nel Campanile di S: Fermina; ed il dì 27 Giugno 1499: fu trattata la pace in Roma con l’Ambasciatori Franco di Giacomo [Vatelli?], e Stefano Mangelli di Ameria, da questi furono spedite lettere, che li priggioni si rilasciassero, e furono rilasciati di Sabato 16 Lug°: 1499.

[56] Il 31 marzo 1988 lo scrivente segnalò alla competente Soprintendenza Archeologica per l’Umbria e al Sindaco, senza risposta, a seguito di accurati studi, il rinvenimento di una porta urbana sulle mura poligonali dell’antica Ameria. Con indagini storico‑cartografiche e ripetuti sopraluoghi di riscontro fu accertata l’esistenza di una sesta porta sulle mura urbane, corrispondente alla quarta per le mura poligonali e alla seconda come taglio sulla muratura originale, nonché la più antica tra le due essendo questa realizzata a filo parete contemporaneamente alla costruzione della cinta muraria. Gli elementi anzidetti emergono da una porzione d’immagine fotografica del tratto di mura rivolte a SO prospicienti Ponte Sisti e all’incrocio tra la strada vicinale di Porta Posterola con quella comunale del Pubblico Macello. Si tratta di un ingresso munito di due robusti stipiti tagliati in verticale sul lato aperto, sovra­stante piano di appoggio per l’architrave monolitico e rinfianco con piano inclinato, la soluzione statica è in tutto uguale alle caratteristiche della Porta Maggiore della Civita di Alatri. La porta “appare” anche nella stampa amerina del 1738 eseguita da Lorenzo Vincentini. Fra le due spallette compare una tamponatura antica che fa pensare ad un consolidamento dopo l’avvenuto abbandono del passaggio e alla variazione di destinazione degli spazi interni. A causa dell’eccessiva spinta del terreno retrostante, i rifacimenti murari sovrastanti, d’età me­dioevale, hanno subito in epoca recente una rotazione portando al definitivo crollo avvenuto durante gli anni ’30 del secolo scorso che ha trascinato con se la parte superiore della Porta stessa. La situazione attuale mostra il tratto di mura, poligonali, provenienti da SE, interrotte in coincidenza della linea di lesione evidente in foto, mentre la zona della Porta è schermata quasi per intero da un contrafforte in pietra murato a secco. L’ubicazione di questo nuovo ingresso, opposto a quello di Via Nocicchia, è particolar­mente felice essendo di fronte ad una viabilità antica ancora efficiente, a 200 mt. s’incontra il complesso della chiesa romanica, su preesistenze, della Madonna delle Cinque Fonti, recentemente sconvolto, e di seguito le Loc. La Gioiosa, Le Torri, Spiccalonto. É meritevole di nota il confronto tra il Catasto Gregoriano e il Nuovo Catasto Edilizio Urbano, nel primo è acquisito il tratto a contrafforti, nel secondo è registrata la situazione di confine compreso il materiale di frana.

[57] P. Grassini, Sepolcreto romano - “Nel dicembre 1947 all’inizio della strada Ameria-Penna Giove (che ricalca un tracciato di strada romana, avviata forse al ponte di Orte) a 300 metri dalla città è venuta in luce una necropoli […]”: in: Fasti Archeologici, I, 1947, n. 2615, p. 293.

[58] G. Mancini, Ritrovamenti di antichità […] presso le mura pelasgiche di Ameria […], in: Notizie e scavi, vol. XVII, 1920, pp. 15-20 (riferimento a molto materiale fittile ed argilla adatta alla fabbricazione nell’area della proprietà di S. Ercolani ove è sopravvissuta sino ad un secolo fa una fornace.

[59] La torre palombara era stata costruita sfruttando appieno il vano della porta urbana di cui utilizzava il varco come ingresso dalla parte degli orti urbani nonché il doppio percorso basolato che qui tuttora converge.

[60] Lungo la seconda rampa della scala della cosi detta Loggia del Banditore vi è una feritoia passante (per armi da fuoco) con la residenza dello scrivente che dimostra l’uso difensivo della parete quale proseguo della “porta urbana” e quindi del passaggio, sicuramente chiuso da porta almeno sino alla fine del sec. XVII epoca di costruzione del borgo ad essa addossato. A destra della porta urbana, per chi sale, i resti della strada esterna, oggi scala privata.

[61] F. Della Rosa, Archeologia, n. 26 - II° Sem. 1996, pp. 1-2.

[62] É verosimile che la popolazione di Ameria, dopo essersi demograficamente di molto contratta, deve aver vissuto sino a tutto l’Alto Medioevo nel sito arroccato, percorrendo questo tracciato solo come collegamento tra le due aree murate.

[63] Il rinvenimento è avvenuto a seguito di un originale e sbrigativo intervento di ristrutturazione che ha visto demoliti i muri di spina del fabbricato “ex Cacchi”, gli archi, le volte ed ogni traccia storico-architettonica dell’edificio antico. Particolare interesse riveste l’allineamento di questo tratto con la prima porzione dell’asse stradale di Via V. Assettati che nella zona più a valle, insieme a Via Leone IV, risulta costellato di varie preesistenze segnate dall’opus reticolatum e caementicium nell’abitazione dei Sigg. Chieruzzi, mosaici in quella del Sig. Pietrella, ecc.

Lo stesso tratto, salendo, appare orientato verso l’incrocio di Via Farrattini, in “Piazza della Catena”, riprendendo quindi il percorso attuale di Via della Repubblica nella parte terminale superiore. 

[64] L’intervento radicale effettuato in età rinascimentale ha inglobato una precedente struttura medievale, conservando in vista, dell’ultima preesistenza, soltanto la parte superiore in mattoni rappresentata della difesa piombante.

[65] F. Della Rosa, Archeologia n. 25, I Sem. 1996, pp. 1-2.

[66] Un lungo tratto delle mura poligonali, versante nord-est, risulta sostanzialmente ridotto in altezza e addirittura mancante alla vista per interramento (e cedimento?) e riprese con muratura ordinaria in pietra calcarea a vista. Ciò deve far ricordare la nota citata da Lodovico Antonio Muratori negli Annali d’Italia (1762) che: il Papa Leone IV «nell’anno di Cristo 852 ... Trovandosi parimente diroccate le mura e porte d’Orta e d’Ameria ... Accorse al bisogno la munificenza dell’ottimo Pontefice; né passò molto, che di nuove mura e porte avendole cinte, le assicurò da i pericoli é tempi avvenire ... » nonché la grande quantità di pietra squadrata riutilizzata per altre opere. C. Cantù, Storia Universale, Vol. X, pag. 60.

[67] Tratto di mura poligonali individuate il giorno 17 febbraio 1990 (Archeologia, n. 11, gen-feb. 1990, p. 6).

[68] P. Grassini, Mura poligonali - “Nella piazzetta antistante la cattedrale, ove negli anni di guerra era apparsa una piccola necropoli preromana, sotto l’intonaco del palazzo sul lato destro della piazzetta per chi guarda la chiesa, sono riapparsi grossi conci di una cinta poligonale (primavera del 1946), in: Fasti Archeologici, I, 1946, n. 1047, p. 131.

[69] G. Cotini, Guida turistica della città di Narni, Roma, anni 1975.

[70] M. Bigotti, G. A. Mansuelli, A. Prandi, Narni, Roma, 1973.

[71] C. Pietrangeli, Osservazioni sulle mura delle città Umbre, in: Atti del V Convegno nazionale di storia dell’architettura - Perugia 23 settembre 1948, Centro di studi per la storia dell’architettura - Roma 1955, Firenze, 1957, pp. 459-466.

[72] I disegni sono conservati e messi a disposizione dal Sig. Marcello Perelli.

[73] Nome derivante in parte dalla presenza sul posto di una chiesa oggi dedicata alla Madonna, insediata probabilmente in antico su una preesistenza d’età romana, e in parte dal limitrofo castello diruto di Castro canalis.

[74] L. Bolli, Ameria nelle sue origini e nelle sue mura Pelasgiche, Ameria, 1912, p. 22.

 

*

1/16 - pp. 70 - fotografie 40 - disegni 19

marzo 2002

 

*

 

 

Questa è la domanda del Gruppo di Studio Ameria presentata alla Regione Umbria con la quale veniva fornita

la disponibilità di conoscenze acquisite sul posto per il restauro delle Mura Poligonali di Ameria.

Mura fatte intenzionalmente crollare dieci anni dopo insieme al tentato omicidio.

 CRONACA

Nella prima metà di gennaio del 2006 notai un'assurda operazione lungo il muro

di parapetto delle Mura Poligonali che guardano la "Pineta".

Si trattava di un continuo riporto di terra, insensato e pericoloso, che andava avanti da giorni.

Il pomeriggio del 17 gennaio, poche ore prima del crollo,

diedi uno sguardo da una finestra di Palazzo Colonna e vidi un operaio sempre

intento a costipare insistentemente avanti e indietro con un mezzo meccanico

questo lungo riporto di terreno largo 3-4 metri ed alto circa 1.

L'impressione ricevuta da questa operazione fu di prossima sciagura!

Esclamai tra me, qui crolla tutto!

La notte del 18, il crollo.

Franco Della Rosa

 

*

   

 

   

 

Bozze tipografiche della Tipografia Petrignani del 1904 (Vedi Bibliografia).

*

PER TROVARE LA BIBLIOTECA OVE CONSULTARE IL LIBRO:

http://opac.sbn.it/cgi-bin/IccuForm.pl?form=WebFrame

 

dellarosa.f@gmail.com

www.grupporicercafotografica.it

 

*